Nei giorni scorsi ho segnalato un appello che duemila artisti italiani hanno sottoscritto per richiedere l’introduzione di un diritto al compenso per gli utilizzi in streaming del proprio repertorio. Dalla Federazione Industria Musicale Italiana (Fimi), il Ceo Enzo Mazza ha richiesto possibilità di replica per far luce sulla richiesta di maggiori tutele per gli artisti in ambito di guadagni dallo streaming, firmata tra gli altri anche da Ligabue, Gianna Nanni, Mario Biondi, Irene Grandi, solo per citare alcuni sottoscrittori.

Mazza sostiene che “prima di tutto va evidenziato che la Direttiva 790/2019 non ha introdotto alcun compenso aggiuntivo rispetto a quelli già previsti dalla normativa. La legislazione europea ha previsto alcuni nuovi articoli che riguardano una remunerazione più equa, alcuni criteri per la trasparenza e per l’adeguamento contrattuale”.

Infatti, quando ha proposto una legislazione a livello Ue nel 2016, la Commissione ha respinto nella sua valutazione d’impatto l’idea di introdurre una remunerazione aggiuntiva per gli usi online per autori e interpreti. Il motivo sarebbe dettato da alcune questioni che si porrebbero. Tra queste, nello specifico, l’incompatibilità con i principi di proporzionalità e libertà contrattuale e le potenziali implementazioni che creerebbero distorsioni nel mercato unico.

Riporta Mazza che “lo studio del 2015 commissionato dalla Commissione europea sulla remunerazione degli autori e degli interpreti ha concluso che l’imposizione di una gestione collettiva per un diritto retributivo irrinunciabile per gli usi online potrebbe tradursi in un ‘risultato non ottimale‘ per autori e interpreti in quanto li priverebbe da un reddito sicuro che non dipende dal successo o dal fallimento della produzione/lavoro”.

La direttiva è stata così focalizzata a risolvere il problema più evidente, ovvero il “value gap”, una distorsione remunerativa generata da una differente posizione giuridica di alcune piattaforme, ad esempio YouTube, con altre come Spotify, Amazon o Apple Music. Su questo fronte vale la pena di concentrarsi perché i ricavi provenienti dal video sharing sono stati ampiamente inferiori a quelli generati dall’audio streaming: un tema che la direttiva punta a risolvere introducendo l’obbligo delle piattaforme di condivisione di negoziare una licenza preventiva.

Mazza quindi critica l’approccio della società di collecting, tra le quali figura anche Itsright, promotrice dell’appello citato all’inizio di questo articolo. “La pretesa delle società di gestione collettiva di introdurre un nuovo compenso e di trattare i diritti come nel segmento radiofonico sono un passo indietro rispetto al mercato”, afferma Mazza, “limitano la libertà contrattuale e soprattutto genererebbero meno ricavi per gli artisti di quanto giungano oggi. È sufficiente osservare i dati del 2020 dove i ricavi complessivi da radio e TV hanno generato poco più di 12 milioni di euro in Italia contro i 166 milioni dello streaming”.

A detta di Mazza “il mercato si sta ampliando e molti artisti stanno ricevendo maggiori introiti rispetto all’era del cd”. Il Ceo di Fimi sostiene infatti che nel 2020 sono stati 246 gli artisti italiani che hanno superato i dieci milioni di stream, contro i 97 che nel 2010 avevano superato l’equivalente soglia delle diecimila copie vendute tra fisico e download. Le fonti di ricavo si sono estese oltre le vendite e lo stream dalle piattaforme in abbonamento. Nel 2020 i ricavi da utilizzazioni di contenuti musicali su piattaforme social come Facebook e Instagram sono cresciuti più del 31% e in generale, la quota dell’audio streaming sostenuto dalla pubblicità genera in Italia più ricavi di tutto il segmento fisico. Solo tre anni fa queste monetizzazioni dai social media di fatto non esistevano e oggi contribuiscono a generare nuove fonti di reddito per gli artisti e le label.

“C’è stato un cambiamento generazionale importante e molti giovani artisti hanno scalato le classifiche raggiungendo importanti risultati anche in termini di incasso”, spiega Mazza, affermando poi che “molte delle barriere all’ingresso presenti nel mercato discografico di dieci anni fa sono scomparse, offrendo grandi opportunità e potenzialità di sviluppo a tanti artisti. La concentrazione presente nel 2011, con oltre l’11% del mercato generato dalle vendite della top ten, o il 31% della top 100 a costituire la maggior parte delle vendite, si è sostanzialmente ridotta. Nel 2020 la top ten rappresentava il 7% del totale e la top 100 poco di più del 27% secondo i dati GfK”.

Le parole del Ceo di Fimi lasciano intendere che il digitale, e in particolare lo streaming, ha introdotto una forte democratizzazione nei ricavi, con più artisti in grado di ricavare denari dalla propria attività creativa rispetto al passato. “La pretesa di introdurre una remunerazione aggiuntiva per le piattaforme non porterebbe alcun beneficio ma causerebbe un deciso freno all’espansione del mercato che sta invece generando nuove e rilevanti fonti di ricavo per i creativi”.

Accogliamo le parole, sicuramente pesate, di Enzo Mazza, che aggiunge effettivamente una visione interessante a un dibattito importante per il presente e il futuro del business musicale. Di sicuro c’è una discrepanza di visione tra autori-artisti e discografici, a me non resta che dar conto di queste disquisizioni per permettere una maggiore coscienza di tutta la filiera musicale nei confronti di questo nuovo mondo con cui tutti – giovani e non – devono ormai fare i conti.

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