È un’isola del Cinema il Lido in settembre. Una lingua di spiaggia, hotel, casinò e attracchi per artisti e autori della settima arte che giungono dal mondo a portare il loro modo di vedere, il loro racconto su se stessi e su noi che ne guardiamo le opere sul grande schermo.

Venezia 78 si avvicina al suo culmine, ma prima, come sempre arriva la chiusura della Settimana Internazionale della Critica, quest’anno giunta alla sua edizione numero 36. A seguito del giro di boa sui primi film in concorso, in questi giorni sono stati presentati alcuni lavori che meritano menzione. Come Detours, in lingua originale Obkhodniye puti, di Ekaterina Selenkina, autrice russa registicamente formatasi a Mosca. Il suo film si nutre di Google Maps per restituirci le cementizie geometrie urbane della Russia a suon di campi lunghi e lunghissimi. Inquadrature prolungate e fisse come se vedessimo dalle telecamere di sorveglianza, freddi e silenti occhi orwlliani che ci guardano dall’alto di semafori, vicino le banche o intorno ai negozi.

La storia, pur se raccontata con stilizzazioni narrative un po’ avare, è quella di un giovane corriere della droga che commercia dal darkweb. Concettualmente validissimo perché riflette sulla nostra interiorizzazione dello spazio cittadino nell’epoca degli smartphone, ma anche sulla piccola apocalisse dei vuoti da lockdown. Ha vinto il Premio Autrici under 40 dedicato alla regista Valentina Pedicini.

La storia proposta da Zalava di Arsalan Amiri invece risulta saldamente piantata tra i culturemi più stretti intorno all’Iran della pre-rivoluzione islamica. Come il sottotenente Drogo di Buzzati, il sergente interpretato dal validissimo Navid Pourfaraj, attore per fisionomia quanto per vitalità ricorda il nostro Francesco Scianna peraltro, dovrà valutare il da farsi in tutta solitudine tra le rocce desertiche dell’Asia Minore. Nel villaggio di Zalava il folclore serpeggia sulla presenza di demoni e possessioni dannosi per la comunità. I limiti di guardia sono superati per via di inspiegabili episodi e dicerie. Addirittura un esorcista sembra l’uomo più ascoltato, perfino più dei militari che presiedono la comunità.

Film profondamente politico racconta su diversi piani, metaforici e non, di confini smagliati tra libertà concessa e libero arbitrio, tra individuo e comunità, tra psicosi e rivoluzione. Si fregia d’immagini estremamente nette per gettare fumo negli occhi dello spettatore con un mistero saldo su una storia quasi horror ma senza effetti né efferatezze occidentali. È proprio questo titolo ad essersi aggiudicato ben due premi della Sic: il Gran Premio Settimana Internazionale della Critica e il Premio Internazionale FIPRESCI (Fédération Internationale de la Presse Cinématographique). La causa politica vince su quella ambientale ma diversamente metaforica di Mondocane, anch’esso in consorso proprio in Sic. Ma è anche vero che l’italiano aveva, nelle sue priorità narrative, più spiccate attitudini all’intrattenimento puro e spettacolare. Quindi sì, la Critica è stata fedele a se stessa.

Con La dernière séance, The Last Chapter, film di chiusura di questa edizione, abbiamo a che fare con la vita del neo-pensionato Bernard Guyonnet. Giunto a un’età più che matura l’uomo si racconta al regista del film Gianluca Matarrese in vista del suo ultimo trasloco per la casa dove cercherà d’invecchiare felicemente. “Bernard è il mio master e io sono il suo slave. Il suo ultimo amante”. Si definisce così Matarrese. Il loro gatto li guarda alle prese con cinghie e scudisci, e si annoia. Capisco quel gatto, e un po’ faccio lo stesso anch’io con il film. Poi però tra i personali cimeli salta fuori una cornice con dentro la foto struggente di un amore di Bernard sul letto di morte, andato via negli anni ’80 per l’Aids. “Non voglio che nessuno guardi questa foto”. Dice il protagonista alla camera mentre rimette la cornice in uno scatolone da imballare in un silenzioso memorabilia. Il dolore per la perdita di tanti amici negli anni ’80 spezza all’improvviso le cinghie sadomaso di una sessualità portata agli estremi.

Una discoteca senza volume, le immagini lavorate sulle sfocature promiscue, le censure di molti visi con inquadrature tagliate, i dettagli di una casa adorna di lacci e attrezzi di piacere (sex toys) e di dolore (frustini) accompagnati dall’eleganza di un pianoforte che suona. Ma sono le lacrime sommesse di Bernard sotto il peso dei ricordi e delle tante perdite importanti a rivelarci la dimensione intima dell’uomo al netto di vizi e orpelli. La docufiction si è aggiudicata il Premio Queer Lion proprio grazie a tutti questi contrasti forti tra le pieghe di tanta vita vissuta, e di sicuro anche per quel pizzico di sfacciataggine che porta a Venezia 78 nuove relazioni sadomaso, con tutte le controversie morali che inevitabilmente lo circondano.

Tra i lungometraggi ha trionfato anche Eles transportan a morte, They carry death. Il film di Helena Girón e Samuel M. Delgado presentato alla Sic il 6 settembre si è aggiudicato il Premio Mario Serandrei – Hotel Saturnia per il Miglior Contributo Tecnico. Scelta decisamente opportuna per l’utilizzo della luce come carta cinematografica di un racconto molto estetico quanto tragico ambientato nelle Isole Canarie all’epoca di Cristoforo Colombo.

Passando ai cortometraggi, in questa seconda parte della Mostra si è lasciato dare uno sguardo anche Freikörperkultur, dove una famigliola in una spiaggia per nudisti vive il mare e il suo relax. La regia di Alba Zari gioca con la trasparenza delle acque sulla naturale bellezza di una madre col pancione. Intanto la voce fuoricampo di lui è un flusso di coscienza che avvolge vellutato tutto il film breve, ma la riflessione, cinematograficamente parlando resta un lavoro ancora acerbo e con poco appeal. L’incanto di Chiara Caterina funziona un po’ meglio. Spazio documentale tra cinque storie di donne, rovista nella cronaca nera con il formato super 8 ottenendo un impianto estetico vecchio stile che si dipana dal massacro del Circeo, con la voce di Enzo Biagi peraltro, la testimonianza di una pluriomicida e di una lettrice di tarocchi. Pur nella sua furbizia visiva velata d’ingenuità, ci offre le voci di donne vittime, donne carnefici, l’incalzare di domande scomode e immagini metaforiche fino al comune e doloroso filo conduttore della morte. Ad aggiudicarsi però il premio come Migliore Cortometraggio di quest’anno è stato il più verista e francamente meritevole Inchei, di Federico Demattè.

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