La figura di Nino Castelnuovo, scomparso nei giorni scorsi, è stata rievocata dai media seguendo uno schema inevitabile. Ora in maniera più originale, ora in modo sbrigativo e sciatto come è accaduto in certi servizi dei vari telegiornali, tutti hanno contrapposto le due immagini più note dell’attore: quella di Renzo Tramaglino nel mitico sceneggiato del 1967 e quella del celebre salto della staccionata come testimonial dell’olio Cuore. Il contrasto era troppo ghiotto per essere trascurato: da un lato, il momento sublime della carriera, una prova d’attore estremamente impegnativa superata brillantemente, dall’altro, la banalità ripetitiva di uno spot.

Una lettura non solo di sicuro effetto ma anche ricca di profonde suggestioni se a rintracciarle ci si mette un critico come Nanni Delbecchi. Ma resta un problema. Queste due immagini così forti, ben presenti nella memoria collettiva e simboliche di una figura attoriale, finiscono per nascondere un’attività molto ampia e ricca di momenti assai interessanti. Due in particolare devono assolutamente essere ricordati: uno nell’ambito del cinema, l’altro in quello televisivo.

Nino Castelnuovo è stato uno dei pochi attori italiani protagonisti di quella straordinaria stagione della storia del cinema che chiamiamo nouvelle vague. Indimenticabile la sua interpretazione del giovane meccanico Guy che perde l’amore della vita (Catherine Deneuve) perché costretto al servizio militare in Algeria in un film, Les parapluies de Cherbourg, che resta un inarrivabile esempio di musical europeo. Tanto che Agnès Varda lo coinvolse, molti anni dopo, nella sua rievocazione cinematografica della storia di Jaques Demy. E non manca, sul versante nouvellevaguista, una presenza nel cinema del fondatore, l’interpretazione dell’episodio godardiano di Amore e rabbia.

Poi c’è la storia della tv a riservare qualche sorpresa. Castelnuovo, infatti, al di là dei Promessi sposi e di un lunghissimo elenco di altre fiction, è stato al centro di una vicenda singolare e trascurata della produzione televisiva italiana. Chiamato a sostituire un giornalista in difficoltà nel nuovo ruolo, si improvvisò nei primi anni Ottanta conduttore della versione italiana, messa in onda da Telemontecarlo, di un format americano: il Donahue show. Si trattava del primo esempio di talk gestito interamente da persone comuni.

Con un ammiccamento cinefilo, si intitolava Specchio della vita e arrivò a 480 puntate, alcune delle quali videro l’esordio televisivo di personaggi destinati a grande fama: una poetessa sconosciuta, Alda Merini, un animatore di villaggi turistici, Rosario Fiorello. L’esperimento condotto da Castelnuovo, che ebbe un seguito sul circuito 5 Stelle con un programma che ricostruiva in candid camera le storie degli inserzionisti sui giornali di annunci, rappresenta una tappa fondamentale nella costruzione di quella che chiamiamo tv verità.

È del tutto evidente che in entrambi i casi siamo di fronte ad aspetti della carriera di Castelnuovo che difficilmente interessano il grande pubblico, ma solo appassionati di cinema o di storia della tv. Ma la Rai ha alcuni canali come Rai Movie, Rai Premium, Rai Storia che dovrebbero svolgere questo compito e realizzare una ricostruzione del passato cinematografico e televisivo più approfondita, meno legata a logiche generaliste un po’ superficiali. La scomparsa di un personaggio così originale come Nino Castelnuovo era un’occasione per farlo.

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