“Non è Saigon 1975”, afferma il segretario di Stato Usa Antony Blinken, nonostante le immagini dall’aeroporto di Kabul evochino l’ultimo drammatico atto della presenza degli Usa in Vietnam. Non è lo stesso, perché, sostiene Blinken, gli obiettivi dell’intervento in Afghanistan sono stati raggiunti, mentre quelli della guerra contro i vietcong non lo erano stati.

Sarà. Ma l’impressione è che i talebani siano oggi i vincitori, così come lo furono allora i vietcong.

Invadendo l’Afghanistan e rovesciando il regime degli ‘studenti islamici’, gli Stati Uniti, colpiti dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, volevano distruggere i santuari di al Qaeda e mettersi al riparo da ulteriori minacce. Questo obiettivo può considerarsi raggiunto, fatto salvo l’allarme per potenziali contraccolpi terroristici di quanto sta avvenendo e per eventuali tentazioni di qualche esaltato di ‘celebrare’ l’imminente anniversario e il ‘sacrificio dei martiri’.

Ma in fondo lo era già nel 2004, al più tardi il 2 maggio 2011, quando Osama bin Laden venne scovato ed ucciso ad Abbottabad, in Pakistan – da anni non stava più in Afghanistan.

Il fatto è che quello non era l’unico obiettivo: c’era il calcolo di fare dell’Afghanistan un avamposto dell’Occidente, l’illusione di farne una democrazia sostenibile. E, qui, il fallimento è stato totale, nonostante la retorica dei militari italiani ‘brava gente’, costruttori di pace, non tecnici della guerra. Noi ce ne andiamo, anzi scappiamo; e i talebani si riprendono il Paese, che è il loro, quasi senza colpo ferire: decine di migliaia cercano di sottrarsi alla sharia, milioni la considerano la loro legge.

Abbiamo scelto come interlocutori uomini inadeguati – ammesso che ce ne fossero di giusti: passi Ahmid Karzai, il primo presidente, uomo della Cia dotato di buon carisma e d’una fisicità ieratica; ma Ashraf Ghani, il ‘fuggitivo in capo’, era uno che – per vincerle – doveva truccare elezioni già addomesticate. E, in Afghanistan, il mestiere di capo dello Stato, monarchia o repubblica che fosse, è sempre stato pericolosissimo, perché non sono molti quelli che ne sono usciti vivi e pochi quelli che ne sono usciti a fine mandato – Karzai è l’unica eccezione recente: ci vuole gente tosta.

Era sbagliato andare in Afghanistan nel 2001? Forse. Ma era praticamente impossibile non farlo, almeno per gli americani, in quel clima: quando George W. Bush annunciò l’inizio delle operazioni, dallo Studio Ovale, domenica 7 ottobre, a metà giornata, negli stadi dell’Unione dove si giocavano le partite del campionato di football, la gente, avvertita dagli altoparlanti, si alzò in piedi, cantò l’inno e scandì in coro ‘U-S-A, U-S-A’.

Abbiamo sbagliato a restarci vent’anni? Certo. Ma lo sapevamo, tutti: Barack Obama venne eletto e rieletto con un programma che prevedeva il ritiro dall’Afghanistan (e la chiusura di Guantanamo); Donald Trump venne eletto contestando a Obama di non essersi ritirato e negoziò con i talebani senza coinvolgere il governo perché voleva ‘portare i ragazzi a casa’ prima delle presidenziali 2020; Joe Biden lo ha fatto.

È stato fatto nel modo sbagliato, dando alla ritirata l’apparenza di una fuga? Si poteva, si doveva fare meglio: organizzare una transizione non traumatica, garantire i diritti – almeno la vita – a chi restava. Era il momento sbagliato per venire via? Non ci sarebbe mai stato un momento giusto: i militari, e pure i diplomatici e i politici, erano consci che il governo di Kabul, corrotto e inetto, impopolare e pusillanime, sarebbe crollato come un castello di carte.

Cinicamente, adesso non resta che aspettare che anche i cinesi, i vincitori del momento al tavolo della geopolitica, si ritrovino vittime della maledizione afghana. che ha travolto l’uno dopo l’altro il Regno Unito, fittizia potenza coloniale per un secolo, poi l’Unione Sovietica, potenza occupante per un decennio, e infine gli Stati Uniti e tutto l’Occidente, presenze militari per vent’anni ma incapaci di costruire una parvenza di democrazia sostenibile. Come molti altri Paesi, l’Afghanistan è più insofferente delle presenze straniere che delle proprie ineguaglianze, iniquità, contraddizioni, divisioni.

Certo, Pechino affronta il Grande Gioco consapevole degli errori altrui: tanto per cominciare, zero presenza militare; solo ‘assistenza’ economica e commerciale e ‘consulenza’ diplomatica. La Cina poi ha già dimostrato in Africa e altrove che la corruzione e gli autoritarismi dei regimi con cui collabora non sono un suo problema. ‘The Great Game’ è il nome dato alla partita giocata sull’Afghanistan e i territori adiacenti dagli Imperi russo e britannico tra il XIX e il XX secolo ed è poi stato utilizzato sia dopo l’occupazione sovietica che dopo l’invasione occidentale.

Fino ad ora ai margini del Grande Gioco, la Cina prova a vincere là dove tutti gli altri hanno perso. L’Occidente, che ci ha appena perso le penne, non potrà fare altro che stare a guardare, a meno che l’Afghanistan non ridiventi un’incubatrice di terrorismo a casa nostra – ma Pechino non è mai condiscendente con il terrorismo; l’Iran e il Pakistan vorranno soprattutto evitare contraccolpi dell’onda afghana. Ci sono le condizioni perché almeno il prossimo decennio sia nel segno cinese: vedremo se l’impatto sulla realtà afghana sarà labile e controverso come quello occidentale o più duraturo e meglio accetto.

L’Afghanistan, tornato ora Emirato dopo essere stato ufficialmente fino a ieri Repubblica islamica, è un Paese senza sbocco sul mare, grande due volte l’Italia e con meno di 40 milioni d’abitanti. Ai tempi delle colonie, quando mettevano le mani su tutto ciò che faceva Impero, gli inglesi cercarono di ficcarlo nel loro carniere, a partire dal 1823, lasciandoci migliaia di uomini e infine le pive. Poi, dopo che guerre di indipendenza in serie culminarono nel 1919 nella creazione di un Regno, per mezzo secolo o giù di lì non abbiamo più badato all’Afghanistan: bastava che ne arrivasse l’oppio che noi consumiamo (e di quel che succedeva alle donne e alla gente, che certo non stavano meglio di adesso che sono tornati i talebani, non importava niente a nessuno).
Quando l’Urss lo invase a Natale del 1979, noi però lo eleggemmo a nostra frontiera della libertà e dell’indipendenza nazionale. Ma, cacciati i sovietici e cantata vittoria lì e nella Guerra Fredda, tornammo a disinteressarcene, fino all’11 settembre 2001 e nonostante i campanelli d’allarme – fragorosi e sanguinosi – nel 1998 di Nairobi e di Dar Es Salaam. Allora, vi scoprimmo i ‘santuari’ dei terroristi di al Qaeda, protetti dai talebani, che costringevano le donne a vivere in un medioevo d’ignoranza e sottomissione.

Adesso che ce ne siamo andati, anzi ne siamo scappati, rivivendo a Kabul 2021 Saigon 1975, ci facciamo un mito dell’emancipazione femminile degli ultimi vent’anni. Ma foto degli anni Ottanta mostrano maestrine in gonna e camicetta che insegnano a classi di bambine nel Paese occupato dall’Urss e ‘liberato’ dai talebani, che allora chiamavamo mujaheddin, armati da Donald Rumsfeld – pace all’anima sua – per cacciare i sovietici. E mai ci chiedemmo che fine abbiano fatto le maestrine e le loro scolarette.

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