Il presidente Usa responsabile di uno tra i più umilianti, e disastrosi, capitoli della strategia internazionale degli Stati Uniti. Così Joe Biden è giudicato oggi in molti settori della politica e della società americana. Il giudizio è probabilmente ingeneroso e non tiene conto della storia del conflitto afghano e delle scelte delle precedenti amministrazioni. Ma a poco valgono spiegazioni e giustificazioni addotte in queste ore da Biden e dai suoi. L’immagine della sconfitta si incolla come una macchia indelebile sul presidente e rappresenta il primo vero, gravissimo passo falso del suo mandato.

Joe Biden è arrivato alla Casa Bianca con una convinzione e un obiettivo. La convinzione è che fosse del tutto illusorio sperare di costruire in Afghanistan un governo forte e in grado di funzionare. Nonostante i vent’anni di occupazione, di assistenza finanziaria e militare, di sostegno politico alla nascente, presunta democrazia, Biden negli ultimi anni è stato sempre più convinto che poco o nulla restasse da fare in Afghanistan; che troppo gravi fossero stati gli errori politici e le incomprensioni culturali degli occidentali; che non fosse possibile porre rimedio a corruzione e sfruttamento profondamente radicati nelle classi di governo e nei clan dominanti del Paese.

L’obiettivo, disegnato nel suo discorso al Congresso del 29 aprile 2021 e poi in diverse uscite pubbliche, era quindi soprattutto uno. Abbandonare l’Afghanistan. Lasciare il Paese, “in modo ordinato e in tutta sicurezza”, allo scadere dei vent’anni dall’11 settembre. In questo, Biden sentiva di rappresentare gli orientamenti di un’opinione pubblica stanca di una guerra che ha fatto oltre 2400 morti tra i soldati americani (e 50 mila tra i civili afghani) e che è costata oltre 2000 miliardi di dollari al contribuente. Per Biden, prolungare la presenza delle forze statunitensi non avrebbe in nessun modo cambiato lo stato delle cose in Afghanistan: ripresa militare e politica dei taleban; progressivo collasso delle strutture di governo a Kabul; povertà e corruzione sempre più aspre e dominanti.

In questa sua strategia, Biden si sentiva al riparo dalle critiche dei repubblicani. Donald Trump aveva infatti fissato una tabella di marcia persino più veloce rispetto a quella di Biden: il ritiro americano era stato infatti fissato da Trump per il maggio 2021 – e il presidente repubblicano aveva anche sperato di intavolare negoziati diretti con i taleban a Camp David (senza la presenza dei rappresentanti del governo afghano). Coperto quindi alla sua destra, Biden poteva addirittura presentare il ritiro come una sorta di successo politico. Come ha spiegato più volte nelle scorse settimane il segretario di stato Antony Blinken, “al Qaeda è stata estirpata in Afghanistan, un altro 11 settembre evitato”. Raggiunto l’obiettivo, le truppe americane potevano anche tornare a casa.

Questo era quindi lo scenario previsto e desiderato dall’amministrazione. Come si è arrivati, nel giro di poche ore, al disastro? Una prima, possibile risposta sta nel corto circuito comunicativo tra amministrazione Biden e intelligence Usa. Poco più di un mese fa, il presidente spiegava che l’ipotesi di un controllo totale del Paese da parte dei taleban era “altamente improbabile”. “Non c’è possibilità di sorta di vedere le persone tratte in salvo dal tetto dell’ambasciata”, disse Biden, in un evidente riferimento all’umiliante ritiro Usa da Saigon. Ancora domenica, in un talk-show di Cnn, il segretario di stato Blinken ripeteva che il ritiro americano da Kabul “non ha niente da spartire con quello in stile Saigon”. Parole quanto mai azzardate. Proprio in quelle ore le Tv americane rimandavano in diretta le immagini degli elicotteri Usa impegnati a mettere in salvo il personale diplomatico: non dal tetto dell’ambasciata, ma da una pista poco lontana.

Il fatto è, spiegano diverse fonti anonime interne all’amministrazione, che Biden e i suoi pensavano di avere almeno altri 18 mesi prima del crollo definitivo del governo di Kabul e del ritorno al potere dei taleban. In quei 18 mesi, appunto, avrebbe potuto aver luogo il ritiro “ordinato e in tutta sicurezza” delle truppe americane. La dissoluzione dell’esercito afghano ha colto completamente di sorpresa Biden. Sempre fonti dell’amministrazione, che hanno per esempio parlato con Abc, spiegano che più volte nelle scorse settimane l’intelligence militare aveva messo in guardia sulla possibile, veloce presa di potere dei taleban. “I leader americani sono stati messi al corrente dai militari che mancava pochissimo per una completa conquista da parte dei talebani. Nessuno li ha ascoltati”, ha detto la fonte a Abc. Per i militari, tra le ragioni che facevano pensare alla rapida riconquista talebana c’era il mutato ruolo dei servizi pakistani, che nelle ultime settimane avrebbero appoggiato con più convinzione, a livello militare e strategico, i taleban. Tra i taleban uccisi di recente sarebbero stati trovati diversi documenti d’identità rilasciati dal governo pakistano. Il Pakistan, che aveva aiutato a creare e organizzare i taleban 25 anni fa, è dunque tornato a giocare un ruolo importante nel conflitto. Ancora una volta, a favore dei militanti islamici.

Perché dunque Biden e i funzionari dell’amministrazione hanno deciso di trascurare le informazioni che venivano dai loro stessi servizi? Le ipotesi sono diverse; quelle più accreditate sono forse due. La prima: Biden aveva deciso di fissare la data finale per il ritiro americano – entro appunto l’11 settembre – contro il parere dei vertici militari Usa, che hanno sempre ritenuto che stabilire una data avrebbe rinvigorito le ambizioni dei taleban. Lo scontro avrebbe portato a una reciproca diffidenza tra autorità civili e militari, e quindi a un indebolirsi dei canali di comunicazione tra amministrazione ed esercito; fatto che si è rivelato disastroso in queste circostanze. L’altra motivazione ha un carattere più politico. In autunno partirà la (lunghissima) campagna elettorale per le elezioni di midterm 2022. Biden e i democratici speravano di presentarsi come coloro che hanno sollevato il Paese dalla guerra più impopolare, portando a termine l’obiettivo di sradicare la minaccia terroristica di al Qaeda.

Sia come sia, il fallimento di questa strategia è davanti agli occhi di tutti. Quando nell’amministrazione si sono resi conto che i taleban stavano avanzando a una velocità superiore alle attese, era già troppo tardi. Bloccare o ritardare quell’avanzata avrebbe comportato l’arrivo di nuove truppe da guerra Usa in Afghanistan, cosa che Biden non poteva ovviamente fare. Di qui il ritiro caotico e per molti versi disonorevole, con l’ambasciata Usa incapace persino di preparare visti di espatrio per le migliaia di afghani che in questi 20 anni hanno lavorato per gli Stati Uniti. “Si tratta di una macchia all’integrità della nazione e al nostro onore”, ha detto Jake Wood, un veterano della guerra in Afghanistan. Una macchia di cui è per l’appunto responsabile Joe Biden. Il presidente deve ora affrontare la furia dei repubblicani, che lo attaccano apertamente. “Solo lui non ha visto arrivare quello che stava arrivando”, dice Mitch McConnell, il leader repubblicano del Senato. Disorientamento e freddezza è in arrivo anche dalle cancellerie europee, alle quali Biden si era presentato con la frase “America is back” e che ora si trovano di fronte l’evidenza di un gigantesco fallimento di leadership da parte dell’America.

In altre parole, il presidente che si era presentato in campagna elettorale come il più preparato in politica estera dai tempi di Dwight D. Eisenhower, si trova ora ad affrontare una drammatica crisi di leadership e di visione. Il suo errore non è stato tanto decidere il ritiro dall’Afghanistan, quanto piuttosto l’incapacità di gestire quel ritiro. Biden paga, in parte, colpe non sue. Il fallimento della strategia Usa e occidentale in Afghanistan dura da almeno 20 anni e non può essere limitato agli ultimi mesi. Ma il ritiro in stile-Saigon, quello sì, è tutto di responsabilità del presidente democratico.

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