Alcune considerazioni sull’intervento di Diego Fusaro a proposito del risveglio dello spirito critico della filosofia comparso il 3 agosto su ilfattoquotidiano.it che si appoggia pressoché in toto alla raccolta dei testi di Giorgio Agamben pubblicata con il titolo A che punto siamo? Epidemia come Politica (Quodlibet 2020), condividendone anche la più recente presa di posizione contro il green pass. Di originale, la sua riflessione sull’inattesa adesione di Cacciari, che addita a filosofo di regime “pentito”, oltre la veemenza di un linguaggio francamente passatista che per stile rimanda alla stampa rivoluzionaria degli anni ’70.

Il mio punto di vista è quello di un medico di sanità pubblica dedicato ad una epidemiologia ambientale rivolta sia alla ricerca che alla individuazione di soluzioni in grado quanto meno di contenere, se non prevenire, i danni prodotti da una attività antropica che ha assunto la Natura come deposito infinito di risorse a propria disposizione. Non intendo quindi discutere sul concetto di libertà e i suoi limiti intrinseci alla vita di comunità, sia intesa come necessità di sopravvivenza della specie che come soddisfazione di bisogni generati dalla condizione ontologica di essere individui in relazione con “l’altro”, nella sua più ampia accezione di mondo abitato da viventi e non-viventi.

Come noto, sulla robustezza della premessa si fonda qualsiasi tesi. Scalzarla significa confutare la tesi stessa. E la premessa di Agamben è che la pandemia non abbia comportato l’entità dell’impatto sanitario che i media asserviti al Sistema avrebbero invece enfatizzato a dismisura, contribuendo a giustificare quell’emergenza sanitaria che avrebbe consentito di accantonare la democrazia, provvisoriamente nella forma ma definitivamente nei fatti. L’Italia quindi assurta a laboratorio sperimentale di una transizione autoritaria basata su di una immunità di gregge che si fa consenso di gregge.

A monte quindi la negazione di una realtà fattuale. Gli strumenti utilizzati per questa operazione appaiono però molto approssimativi. Si contesta la tecnica di presentazione dei dati sulla pandemia, omologando di fatto i bollettini della Protezione Civile con i rapporti periodici dell’Istituto Superiore di Sanità e soprattutto con l’abbondanza di pubblicazioni scientifiche comparse sulle più autorevoli riviste internazionali, in cui il rigore della metodologia adottata va ben oltre le elementari richieste di precisione evocate da Agamben. E purtroppo gli indicatori d’impatto risultano ovunque inclementi nel misurare incidenza, letalità, mortalità e peso assistenziale sofferto dai diversi sistemi sanitari, la cui saturazione ha contribuito grandemente ad allargare anche l’alone degli effetti indiretti della pandemia, ottenuti ritardando o inibendo le cure di frequenti e rilevanti patologie, nonché i programmi pubblici di screening oncologico.

Argomentazioni che però non possono essere accolte da chi come Agamben scrive che “la pandemia ha mostrato chiaramente che una strategia certamente globale come quella prevista dalla Organizzazione mondiale della Sanità e da Bill Gates, di cui l’Oms è di fatto una emanazione […]”. Nessuno nega certamente l’esistenza di conflitti d’interesse tra Scienza, Economia e Politica che si dovrebbero combattere attraverso l’intensificazione dei controlli pubblici su finanziamenti e autori delle ricerche, ovviamente senza limite (o libertà) di privacy alcuno. Assumerli invece come vulnus sistematicamente intrinseco all’istituzione internazionale che si erge a garanzia dei risultati della ricerca e delle scelte di sanità pubblica che ne conseguono significa eliminare la possibilità stessa di ogni riferimento con cui accreditare la conoscenza.

La conseguenza inevitabile sarebbe la facoltà di ciascuno di asserire ciò che vuole senza oneri probatori verificabili, derubricando così in mera opinione la verità relativa della Scienza, che costituisce laicamente l’accordo temporaneo della maggior parte dei ricercatori. Il suggello è offerto dalla letteratura scientifica i cui contributi vengono validati con la peer review, cioè la revisione critica e plurale condotta in reciproco anonimato da parte di valutatori dotati di pari competenze degli autori valutati. Una differenza sostanziale dalla fede religiosa, basata al contrario su assoluti immutabili ed indiscutibili, che invece Agamben non intende apoditticamente concedere, facendo però assurgere la soggettività individuale “a giudice del bene e del male”.

Innegabile che decisioni guidate da una verità scientifica imperfetta per statuto comportino effetti indesiderati più o meno gravi. Rifiutarli, a prescindere dalla loro probabilità di accadimento, come suggerisce Fusaro in altra occasione ragionando sul vaccino anti-Covid, significa ancora una volta assolutizzare l’osservazione privandola di ogni valutazione comparativa costo/beneficio che nasce dalla capacità di prevedere gli effetti conseguenti a fare o non-fare determinate azioni.

Ignorare quelli associati al non-fare non comporta una loro magica abolizione, ma semplicemente una loro rimozione che tante volte adottiamo quando nella quotidianità della nostra vita accettiamo rischi infinitamente maggiori di quelli vaccinali, anche in cambio di discutibili benefici.

Agamben sostiene che i divieti anti-Covid, che riconoscono come fulcro il “distanziamento sociale”, di fatto hanno derubricato la vita a pura espressione biologica, a “nuda vita” come lui scrive, allo scopo di esercitare un incontrastabile dominio su singoli ridotti a meri simulacri di umanità. Ma se questo fosse stato il surrettizio scopo sostenuto da una immotivata emergenza sanitaria, in un solo anno non si sarebbero realizzati vaccini, attingendo peraltro ad una collaudata biotecnologia già disponibile, proprio per eliminare alla radice l’esigenza difensiva del lockdown, e quindi la causa del distanziamento sociale, per ritornare proprio all’agognata socialità, fatta di istruzione, cultura, condivisione e svago. Una condizione che per altro sostiene, pur tra mille contraddizioni, l’economia dello stesso Sistema.

Quindi lockdown o vaccino (con richiami proporzionati alla durata dell’immunità), tertium non datur, se non assecondare come gregge destinato al macello, invece che all’immunità, il decorso naturale della pandemia, nella sola attesa della salvifica pioggia manzoniana, con milioni di morti nel mondo e tempi ben più lunghi del passato – che non conosceva di certo le interconnessioni della globalizzazione in grado di elevare all’ennesima potenza l’estensione dei contagi e delle varianti del virus.

E veniamo al punto che, a mio avviso dovrebbe diventare centrale in una discussione interdisciplinare sul superamento della causa prima della pandemia e delle tante altre calamità innaturali che stanno distruggendo il Pianeta, a partire dal cambiamento climatico e dal consumo di ogni sua risorsa vitale. L’evidenza di questa deriva è talmente forte che anche lo stesso Sistema dà chiari segni di intolleranza, per quanto tardivi e contraddittori, verso una traiettoria che appare oggettivamente suicida, esattamente come il cancro che per alimentarsi e tentare di accrescersi all’infinito finisce per uccidere l’organismo ospite e quindi alla fine anche se stesso.

Modelli di società futura ecosostenibile non mancano. Il problema però è di individuare la strada per arrivarci, o meglio le tappe che si devono compiere per realizzare una transizione ecologica che non comporti danni collaterali insopportabili di natura sociale e che, come documenta anche l’epidemiologia, si traducono poi quasi automaticamente in danni per la salute. Si pensi, ad esempio al comparto manifatturiero, di cui per altro l’Italia primeggia nel mondo e che, in quanto sostenuto da attività particolarmente energivore, sarebbe (o sarà) tra i primi ad essere sacrificato.

Sostituirlo progressivamente con cosa e con quale velocità senza subire la concorrenza sleale delle altre economie mondiali e parimenti senza tradire l’obiettivo finale, pena il fallimento della stessa transizione, non è operazione semplice, non solo da realizzare ma neppure da progettare. Ne va infatti soprattutto del nostro stile di vita occidentale avvezzo ad elevati consumi di merci con altrettanta elevata produzione di rifiuti inquinanti, ad una alimentazione prevalentemente di origine animale che comporta insostenibili pressioni ambientali, oltre importanti danni per la salute in grado di mettere in crisi i sistemi sanitari universalistici, ad una mobilità basata soprattutto sul mezzo privato che, oltre all’inquinamento atmosferico, amplifica l’occupazione e la cementificazione del suolo, non certo compensabile, a gioco lungo, attraverso la sostituzione delle auto a combustione con quelle elettriche o ad idrogeno.

I problemi premono e il tempo stringe. Il rischio di fare la fine dei dinosauri, troppo grossi per reggere le crisi (allora naturali), è alto. Dum Romae consulitur (sul green pass), Saguntum (la Terra) expugnatur, dicevano i latini… Non vale la pena cioè concentrare tutte le risorse intellettuali su questa questione primaria per la sopravvivenza della nostra stessa specie?

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