Quando in Italia si parla di beni culturali la disputa è sempre la stessa: meglio la tutela e la conservazione dei beni più “richiesti” o è preferibile la valorizzazione degli stessi secondo criteri non sempre condivisi in toto dai “tecnici” del settore? Almeno dal 2014, dal momento dell’entrata in vigore della “Riforma Franceschini”, è la valorizzazione che sempre più spesso detta le regole di comportamento di coloro che devono prendere le decisioni ed è da allora che si susseguono episodi in cui i fautori della conservazione si scontrano con i sostenitori della valorizzazione, per lo più per scopi economici (diretti o indiretti), cioè per dimostrare quanto sia errata l’affermazione (di un politico eh…) che «con la cultura non si mangia».

Allo stesso tempo non di rado si legge o si ascolta l’asserzione che “i beni culturali sono il nostro petrolio”, dimenticando che il petrolio – oltre dare l’idea dello sfruttamento della materia prima – è qualcosa che alla lunga inquina, crea danno, disagio. In un solo aspetto beni culturali e petrolio si somigliano: una volta consumati, entrambi non si rigenerano, sono finiti, irripetibili. Per cui almeno nei confronti dei primi sarebbe auspicabile la maggior tutela possibile, proprio per procrastinarne al massimo la durata, l’esistenza, in quanto testimonianze vive della nostra civiltà.

Gli episodi in cui abbiamo assistito a dei veri e propri confronti “tutela vs valorizzazione” negli ultimi 15 anni non si contano: dal prestito dell’Annunciazione di Leonardo da Vinci degli Uffizi a Tokyo (che scatenò un putiferio e – nonostante l’esistenza di regole chiare nel codice Urbani approvato appena tre anni prima – provocò la nascita della cosiddetta “Commissione prestiti” cui non fu permesso di andare oltre la dettatura di alcune linee guida per i prestiti delle opere d’arte di grande rilevanza) alla temporanea trasferta parigina del 2019 dell’Uomo Vitruviano, il delicatissimo disegno di Leonardo da Vinci che, probabilmente, potendo scegliere avrebbe preferito rimanere al sicuro nelle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

Ma le decisioni sulla gestione dei beni culturali sono ormai più di natura politica che tecnica, a conferma che perseguire la valorizzazione offre (a chi decide) più vantaggi della tutela e della conservazione. Per esempio nel 2016 la direzione degli Uffizi fu costretta a chiudere alle visite il Corridoio Vasariano per motivi di sicurezza. Nel febbraio del 2019, annunciandone la riapertura nel 2021 (ma ancora non è avvenuta, né pare imminente), il direttore Eike Schmidt parlò di «apertura democratica» del Vasariano che sarà accessibile a 500mila visitatori (in pratica solo un visitatore degli Uffizi su quattro avrà l’opportunità di visitarlo) sottintendendo una volontà inclusiva, che invece pare svanire quando sul sito Foolishtime – un’azienda che propone esperienze da “tutto esaudito” – compare l’offerta, ovviamente riservata a big spenders, di serate esclusive (visite private serali a porte chiuse nel museo poi cena preparata da uno chef stellato) alla cifra di 30mila euro.

Un’ulteriore conferma del confronto “tutela vs valorizzazione” la si è avuta a fine luglio quando nel Colosseo di Roma si è svolta la cerimonia di apertura del G20 della Cultura; in un fuori onda poi ripreso da alcune testate, il presidente del Consiglio Mario Draghi consigliava il ministro Dario Franceschini di non tener conto del parere contrario degli archeologi circa il progetto di trasformare il Colosseo in arena per gli spettacoli. Ovviamente si è trattato di una battuta, ma quelle parole hanno suscitato un vespaio di polemiche. Ed è proprio su questo punto che abbiamo interrogato alcuni addetti ai lavori che ci hanno dato pareri assai diversi.

“La valorizzazione è il mainstream” – Antonio Paolucci, già Ministro della Cultura nel Governo Dini tra il 1995 e il 1996, riconosce che «il problema è grande perché ormai si preferisce più lo spettacolo e la valorizzazione, ma cosa ci si può fare.. è il mainstream». E poi aggiunge: «Riportare gli spettacoli nel Colosseo? Non sono contrario per principio. L’idea potrebbe essere praticabile. Si tratta però di vedere come sarà il progetto e come saranno sfruttati i vari spazi. Anche perché – conclude – c’è il problema dei sotterranei e di renderli visitabili».

Molto più tranchant il parere del critico d’arte Vittorio Sgarbi che in uno scritto recente, oltre a parlare apertamente di «stupro» del Colosseo, afferma: «L’Italia di Franceschini non è un Paese che ha cultura, ma un paese che la esibisce. Nessuna parola, nessun nobile concetto potevano vincere la contraddizione di quello che gli occhi ci hanno mostrato: una sorta di piscina sovrapposta alle strutture ipogee del Colosseo, tramandate da una ricchissima iconografia pittorica, e ora penosamente coperte, per vacue celebrazioni come questa». E ancora: «Mentre il piano del suo governo apre la strada alla sistematica devastazione del paesaggio con la incontrollata diffusione di pannelli fotovoltaici e di torri eoliche, dalla Sicilia alla Puglia, alla Toscana, senza vergogna Draghi dichiara: ‘dobbiamo agire subito perché le generazioni di domani possono godere dei tesori che noi ammiriamo oggi’».

Di diverso avviso Andrea Carandini, archeologo di fama internazionale: «Franceschini ha sbagliato: non è vero che tutti i tecnici sono contrari alla copertura del Colosseo e all’utilizzo dell’arena per gli spettacoli. Io, per esempio, sono favorevole. Il problema semmai è un altro: oggi simili affermazioni sono strumentalizzate per scopi politici: se sei di una determinata parte politica devi essere per forza d’accordo o contrario secondo i casi. E se Sgarbi ritiene che questa iniziativa faccia violenza al Colosseo, quasi si trattasse di uno stupro, dimostra di non ricordare ciò che fecero gli archeologi a fine 800 e inizio 900. Io credo sia giusto che il Colosseo abbia una copertura al centro che servirà agli spettacoli.

Ma dirò di più – aggiunge Carandini -: io sogno che al calar del sole, proprio dai sotterranei sorga un grande schermo su cui siano proiettati filati sulla storia di Roma e del Colosseo. Questa sarebbe un’istruzione di massa che avrebbe un senso e così il popolo dei visitatori finalmente uscirebbe dal monumento arricchito di conoscenza. E oggi chi non è d’accordo con la copertura del Colosseo io lo considero un ‘codino’, alla stregua dei reazionari francesi di fine 700. Solo dei nostalgici che hanno visto il Colosseo così sin dalla loro infanzia possono dirsi in disaccordo con questa novità che non può essere considerata uno stupro, ma solo la necessaria restituzione della grande architettura alla sua normale vita monumentale».

«Sono sicura che si tratta di una battuta – dice Caterina Bon Valsassina, già dirigente dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma e attuale collaboratrice del Ministro della Cultura per progetti speciali – anche perché sia Draghi, sia Franceschini sono troppo attenti a certi aspetti. E comunque il Colosseo fu concepito per gli spettacoli e non vedo ragione perché questi non vi tornino. Lo so che alcuni archeologi sono contrari e altri sono favorevoli, un po’ come accade in questi tempi con i virologi. Naturalmente il politico sceglie quelli esperti che gli sono favorevoli e questi non sono mai tutti bianchi o tutti neri, ma presentano diverse scale di grigio. In definitiva: il nuovo progetto crea un danno al patrimonio? No, non è così, perché non sono matti. Quindi non sono contraria. Se invece l’opposizione nasce da un concetto diverso, cioè fare uno spettacolo in un luogo museale è pari a un delitto di Stato…no, anche in questo caso non sono contraria perché dipende. Lo spogliarello di una pornostar mi lascerebbe perplessa, altri tipi di spettacolo invece no, anzi ben vengano. Dipende, appunto, dalla qualità della proposta».

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