Nel panorama disarmante degli intellettuali ridotti a cani da guardia del potere, una feconda eccezione, su tutti, è a mio giudizio quella di Giorgio Agamben, che con l’impianto categoriale da lui messo a punto negli anni è riuscito a mantenere uno spirito critico e a denunciare le derive autoritarie e biototalitarie poste in essere, su scala planetaria, dal nuovo potere tecnosanitario: nel suo pregevole libro sulla epidemia come politica, Agamben ha mostrato in maniera difficilmente confutabile come ciò che stiamo vivendo, lungi dall’essere una emergenza sanitaria pro tempore, coincida con i laboratori di produzione dei nuovi assetti politici sociali ed economici per l’avvenire.

È peraltro mia fermissima convinzione che il modo in cui gli intellettuali più allineati ringhiano e schiumano di rabbia contro Agamben sia una prova ulteriore della bontà delle sue tesi contro il regime terapeutico. I più continuano a richiamarsi al discorso medico-scientifico, accusando Agamben di non essere né un medico né uno scienziato: costoro ancora non hanno capito che la questione, che pure si nasconde dietro il discorso medico-scientifico, è anzitutto di ordine politico sociale ed economico.

Nessuno, per quel che ne so, ha preso in esame il nucleo delle tesi di Agamben, provando a confutarlo: la tesi di Agamben, in sintesi, è che ci troviamo dinanzi a una epocale trasformazione di paradigma; trasformazione che fa leva sulla emergenza mutata in nuova normalità e sulle misure di emergenza che tendono esse stesse a capovolgersi in new normal. La narrazione medico-scientifica si pone in questa cornice come regime di verità atto a giustificare la trasformazione sociale, politica ed economica in atto.

Agamben meglio di ogni altro ha compreso come ci troviamo nel bel mezzo di una riorganizzazione autoritaria e globale del modo della produzione capitalistica, o come egli ama dire del “modo di governo delle cose e delle persone”. La tessera verde non è altro che il compimento di questa deriva autoritaria, che discrimina chi non ce l’ha e trasforma chi ce l’ha in soggetto di controllo biopolitico totale e potenzialmente totalitario. Come il distanziamento sociale, che del nuovo modello di società rappresenta il principio organizzativo fondamentale, così la tessera verde è destinata a rimanere come cifra duratura del nuovo capitalismo nel controllo biopolitico integrale e della riduzione dei cittadini a sudditi sorvegliati e puniti.

Che, peraltro, anche Massimo Cacciari, dopo lustri di onorato servizio in difesa del potere (Ue, fine della sovranità e della lotta di classe, perfino riforma costituzionale 2016, eccetera) e del disincantamento più depressivo, si esprima in questi giorni contro la tessera verde è qualcosa di irricevibile per quello stesso potere che su di lui aveva puntato come intellettuale di completamento e di riferimento. È la prova, senz’altro, del fatto in sé positivo che moti di rivolta e di dissenso possono giungere anche dalle persone più insospettabili. La società che ha prodotto, come esito estremo, la tessera verde è la stessa che Cacciari ha fino a ieri benedetto, fin da quando – con molti altri – si è pentito del proprio marxismo giovanile e del proprio antagonismo sessantottesco e ha fatto di Heidegger una sorta di camera di decompressione per passare alla rassegnazione di “Krisis” e alla accettazione della società a capitalismo integrale, la società della Tecnica e dei Mercati.

Lodiamo questa ultima coraggiosa presa di posizione di Cacciari, che comunque resta un gigante rispetto ai microbi culturali oggi in circolazione, molti dei quali si sono scagliati con livore contro di lui, increduli che il filosofo veneziano potesse prendere posizione contro il potere fino a quel momento appoggiato. Sono convinto che Cacciari si trovi ora a un bivio fondamentale: o passare per intero alla contestazione integrale del nuovo ordine tecnosanitario, criticandone e combattendone i fondamenti e le estrinsecazioni, e con ciò approdando alla vecchia unione marxiana di teoria critica e di prassi rovesciante; oppure rifluire nella vasta (e a lui già ben nota) cerchia dei difensori dello status quo e del ne varietur, con prima serata televisiva garantita e interviste a pagina intera sui giornali aziendali del padronato cosmopolitico. Non si dimentichi che l’apologia dello status quo operata da Cacciari non è mai stata – e mai verosimilmente sarà – quella dei liberali ingenui, modalità Pangloss, per cui “viviamo nel migliore dei mondi possibili”.

L’apologia di Cacciari è quella del “Grand Hotel Abisso” (Lukács), più raffinata e tipica dei fustigatori post-heideggeriani della tecnica: “la civiltà odierna è orrenda, ma non si può cambiare: è il solo mondo possibile”, la potenza della critica era disinnescata dal riconoscimento della intrasformabilità dell’oggetto criticato. Nei fustigatori della tecnica à la Cacciari, prevale una critica conservatrice, una apologia indiretta del mondo tecnocapitalistico. Vedremo dunque quale sarà la strada di Cacciari, ma non ci facciamo troppe illusioni: conosciamo troppo bene l’infausta generazione del ’68, quella che ha trasformato il proprio naufragio in una vera e propria filosofia della storia che prevede disincantamento e ideologia fatalistica della intrasformabilità del mondo, con annessa pratica di ipoteca del futuro delle nuove generazioni e con inevitabile astio, più o meno aperto, verso i giovani che non abbiano rinunziato alla passione trasformatrice e ai desideri di migliori libertà.

Costanzo Preve chiamava i sessantottini “avvelenatori dei pozzi in cui hanno bevuto”, con ciò alludendo alla parabola tragicomica dei sopravvissuti di quella generazione, che non facevano altro che screditare gli ideali antagonistici e rivoluzionari nei quali avevano creduto e rispetto ai quali si erano disincantati. Lasciamo da parte per ora la critica degli esiziali esiti della generazione sessantottina. Accogliamo invece con favore il risveglio dello spirito critico della filosofia, perfino in Cacciari.

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