“Chi giudica quello che è bello o brutto per la città sono io: Mussolini l’ha costruita, e io le ho dato l’anima. Ma chi la conosceva prima che io scrivessi i libri?”.

Il ricordo degli amici

Dieci anni fa un Antonio Pennacchi in forma e per niente umile declamò queste parole che segnarono un percorso storico importante per la nostra città. Nessuno prima di lui aveva mai narrato la migrazione dei coloni veneti, emiliani e friulani che durante la bonifica vennero a rendere fertili queste terre di paludi. Canale Mussolini è la nostra Eneide. “Innamorato della sua terra e della storia della sua terra, le ha reso omaggio eterno, come un aedo moderno cantandone le genti e lasciandoci un’ennesima eredità che è simbolo dell’Agro redento”, dice il mio amico Gian Luca Campagna.

Pennacchi, uomo dotato di grande autostima, in quell’occasione si issò su una sedia sotto i portici del Comune per lanciare un’invettiva. Una dimostrazione pubblica che lasciò il segno. Si era in campagna elettorale e davanti a 150 persone, il premio Strega presentò la lista “Pennacchi per Latina – Futuro e libertà” a supporto della candidatura a sindaco di Filippo Cosignani. Lui pur avendo dato il nome alla lista non era però candidato. L’importante era mettersi in quell’occasione contro la destra e contro la sinistra. Lui era così… era fascio e comunista nello stesso momento. Era qualcosa e il suo opposto. E per questo era amato ma anche molto odiato.

La mia timeline questa mattina è piena di ricordi sullo scrittore Antonio Pennacchi. Guai a chiamarlo personaggio. Ti riversava addosso tutta la sua verve polemica. E di verve polemica Pennacchi ne aveva parecchia. Verve che ha molto diviso le persone tra adulatori e detrattori. C’era chi lo amava e lo difendeva a spada tratta e chi invece non accettava quel modo di fare che ostentava ovunque. Ricordo una quieta assemblea in Prefettura tra giornalisti per dar vita all’Associazione Stampa romana. Appena arrivò lui non ci si capì più nulla, tanta era la sua predominanza verbale nei toni e nell’eloquio. Succedeva sempre e ovunque, appena arrivava Antonio, la discussione come raccontano in molti, andava immediatamente… in “vacca”.

Un “cagnaccio”, come definiva se stesso.

In tanti, me compresa, non hanno condiviso il suo modo poco rispettoso e intollerante delle idee altrui, ostentato nelle trasmissioni televisive e radiofoniche. Le sue urla e i suoi vaffa, esibiti senza esitare. Era solo provocazione? Sfida? “Non ho mai compreso la sua dialettica rabbiosa e polemica spinta al parossismo, ma ho amato molto i suoi libri” dicono ora in molti, dal momento che la morte lenisce e placa.

Nel 2001 il regista pontino Gianfranco Pannone girò il bellissimo documentario Latina Littoria. Vi si narra la quotidianità di un’amministrazione comunale alle prese con un piano regolatore che l’allora sindaco Aimone Finestra chiese all’urbanista bolognese Pier Luigi Cervellati. Un piano che avrebbe dovuto contrastare la speculazione edilizia a cui la città era sottoposta da anni. La classe politica dell’epoca era lacerata. Vi si vede un Finestra festante che al suono della fanfara inaugura e sfila in una piazza festosa e urlante, e di rimando invece un Antonio Pennacchi in religioso silenzio che fa visita ai primi coloni che riposano nel camposanto cittadino. Un uomo contro che rimprovera appena può il sindaco, repubblichino della prima ora, di non avere rispetto dei loro simboli: “I primi a vergognarvi del nome di Littoria e dei simboli fascisti del passato siete proprio voi”, soleva sempre dire.

Anni fa, prima dello Strega, un gruppo di giovani latinensi diedero vita all’associazione culturale “Anonima scrittori”. Lo invitarono a collaborare con loro. Come un padre creativo o un fratello maggiore. Dapprima refrattario aderì al gruppo con estrema generosità e diventò un punto di riferimento importante per loro. Uno di questi, il regista Renato Chiocca, l’ho sentito questa mattina e mi ha raccontato che nell’estate 2019 Lotte Schreiber, una regista austriaca, girò un film sull’architettura di regime di Sabaudia. Lui, invitato proprio da Renato, accettò di leggere alcuni passi di Canale Mussolini. L’unica volta che lo ha fatto.

Un altro episodio che conoscono tutti in città lo racconta il mio amico Massimo Bortoletto, allora direttore di Feltrinelli. Quando inaugurarono la libreria nel centro di Latina, lui pretese, riuscendoci, che tra le foto ci fosse una gigantografia di Antonio. Dopo qualche settimana dall’apertura, racconta sempre il mio amico Massimo, capitò Antonio che tra il serio e il faceto disse che avevano messo la sua foto senza permesso. Massimo gli spiegò come era andata e lui se ne andò tranquillo. Dopo un po’ di tempo l’autore della foto chiese alla Feltrinelli di essere pagato per l’esposizione. La Feltrinelli per qualche anno pagò, ma poi pensò bene di sostituire la foto con quella di Baricco. Foto che è ancora là. Apriti cielo. Racconta sempre Massimo che Antonio quando questo accadde si presentò in libreria arrabbiato. Morale della favola, Pennacchi gli tolse il saluto.

Antonio e Daniele

Pennacchi conosceva molto bene Daniele Nardi, l’alpinista scomparso sul Nanga Parbat due anni fa. Abbiamo molto parlato di lui qui, anche perché fui la prima ad accorgermi che quella terribile domenica qualcosa non andava e lo scrissi subito. Lo scrittore e l’alpinista si conoscevano bene. Nel 2008 Daniele guidò una spedizione in Himalaya alla conquista della nona montagna più alta della Terra. Era con lui Renato Chiocca che girò il documentario La montagna nuda. Pennacchi seguì con interesse la spedizione e appena i due tornarono a Latina volle incontrarli per saperne di più.

Quando scomparve Daniele, di fronte a tante critiche, Pennacchi lo difese a spada tratta. “C’è chi dice, ma chi glielo ha fatto fare a uno di Sezze di andare fino sopra all’Himalaya, al Nanga Parbat, con moglie e un figlio piccolo a casa? Non glielo aveva detto pure Messner: rinunciate, non andateci?. Be’, con tutto il rispetto per Messner, credo però che non ci sia stato nessuno – tra tutti quelli che lo hanno conosciuto sia a Sezze che a Latina, a cominciare dalla madre – che non gli abbia detto chissà quante volte: ‘Non partire Danie’, stàttene alla casa!’. Ma lui ti guardava con quegli occhi bambini, e poi sorrideva: ‘Debbo andare per forza’… C’è poco da fare: prima o poi si muore tutti e non conta – alla fine – come si muore, ma come si è vissuto”.

Non conta come si muore, ma come si è vissuto. Vale anche per lui.

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