Quando guardo le Olimpiadi ho sempre un rigurgito nei confronti del mondo del calcio. Soprattutto l’Olimpiade evidenzia sistematicamente una distanza abissale nel livello culturale medio dei protagonisti. Lo si percepisce nella gestione della comunicazione durante le interviste post gara. Uno spettacolo nello spettacolo per chi è abituato per anni a sorbirsi le stesse, per alcuni versi stupide, e scontate affermazioni dei calciatori.

Quando una gara finisce emergono tante emozioni. La loro natura ed intensità è in relazione sia all’esito della gara, che al modo con cui l’atleta sente di averla condotta (indipendentemente dal risultato finale di squadra, come ho giocato? Ho espresso le mie potenzialità?).

Ma è certa una cosa: le emozioni che seguono una sconfitta e quelle che seguono una vittoria non sono le stesse. E il modo di comunicare quelle emozioni sono lo specchio culturale e valoriale dell’atleta e del movimento cui lo stesso appartiene.

Soprattutto dopo una sconfitta.

Quando, in una manifestazione sportiva o nella vita, arriva “una sconfitta” ci possono essere modi diversi di reagire. Il primo, istintivo – che vediamo frequentemente nel ricco mondo del calcio che, tralaltro, gode della maggior visibilità mediatica – è cercare alibi. Atteggiamento sicuramente più facile, ma anche più sbagliato.

Quante sere, soprattutto dopo le partite di calcio, si sprecano le discussioni e le polemiche. Ma soprattutto quanti, giocatori, allenatori, dirigenti, riconoscono i propri errori e si assumono le proprie responsabilità? Perché? A che servono questi modi di comunicare? A cercare la colpa negli altri (arbitri, avversari più ricchi, il terreno di gioco, talvolta anche l’albergo che li ha ospitati…) per giustificare il fallimento di grossi investimenti in denaro.

Nel calcio nessuno si assume responsabilità e quindi nessuno sente il bisogno di cambiare qualcosa. Se succederà ancora, si cercherà un nuovo colpevole. È più facile giustificare i propri errori piuttosto che accettare che si possa sbagliare!

Ecco perché Roberto Mancini merita una stima che va ben oltre la vittoria agli Europei: ha rotto un paradigma di gestione, ha cambiato il modo di intendere (e di comunicare) alcuni valori.

Sto ascoltando le tante interviste post gara agli atleti olimpionici e dalla scherma al nuoto, dalla ginnastica al taekwondo, sia i campioni che salgono sul podio sia i perdenti ci lasciano delle incredibili lezioni sul modo di affrontare la sconfitta: parlare di sconfitta non fa paura. Perché quasi sempre la sconfitta è vista e vissuta come un fallimento: un progetto, tanto impegno, aspettative, sembra che tutto sia andato “a vuoto”.

Invece questi campioni di sportività non mancano occasione per ribadire pubblicamente (comunicare) che la sconfitta può essere scuola di vita per crescere, una opportunità per migliorarsi, una occasione per riconoscere con umiltà che l’avversario è stato più forte di noi.

A nessuno piace perdere, ma chi sa come farlo, anche attraverso la comunicazione, supera la sensazione di frustrazione in tempi relativamente brevi e si concentra sull’insegnamento che ne deriva.

È paradossale, ma saper parlare (comunicare) della sconfitta è anche un modo per poi vincere.

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