Quarantacinque anni fa, il 28 luglio del 1976, la Corte Costituzionale emetteva una sentenza che liberalizzava le trasmissioni televisive via etere, pur in ambito locale e mantenendo allo Stato il monopolio su tutto il territorio. La data è storica perché con questa sentenza si smantellava la vecchia regolamentazione ma non si provvedeva a sostituirla con una nuova, la cui elaborazione fu demandata alle forze politiche. Le quali però non fecero nulla: rifiutandosi di accogliere la nuova situazione nel caso del Partito comunista italiano, pensando di meglio posizionarsi nel futuro mercato tv nel caso della Democrazia cristiana e del Partito socialista italiano.

Così mentre i democristiani intravedevano nella circostanza apertasi nuove possibilità per il proprio partito costretto a mollare la presa sulla Rai, e mentre i socialisti preferivano competere su posti e poltrone prima di abbracciare le tv di Silvio Berlusconi, il Pci commetteva l’errore politico, invece di riconoscere con tempestività l’affiorare di epocali processi tecnologici nei media e il bisogno di governarli, di limitarsi alla sola difesa del servizio pubblico ignorando la richiesta di legittimazione emergente nel settore privato. Alla quale bisognava dare risposte prima che la situazione divenisse ingestibile.

Ma per raccontare meglio questa svolta bisogna partire dal luglio di due anni prima, quando nel 1974 due sentenze della Corte Costituzionale cambiavano decisamente lo scenario della tv nazionale. La Corte, che fu sollecitata a decidere dall’espansione dei ripetitori delle tv estere presenti sul territorio che già trasmettevano a colori e da un decreto governativo che ne ordinava la disattivazione, emise due sentenze: una sulla legittimità dell’installazione dei ripetitori esteri, l’altra sulla liceità delle trasmissioni via cavo.

Sulla prima questione veniva sancito che i ripetitori esteri non potevano considerarsi illegittimi poiché non occupavano le bande concesse al nostro paese, dunque il divieto ostacolava la libera circolazione delle idee; sulla seconda questione pur riconoscendo la riserva allo Stato sul territorio nazionale si concedeva ai privati la possibilità, in ambito locale, di trasmettere via cavo. Un varco si era aperto: il responso della Corte raccoglieva le premesse per un “liberi tutti” che in breve, nel giro di due anni, sarebbe andato ben oltre le indicazioni di legge e avrebbe messo definitivamente in crisi il monopolio di Stato dell’emittenza.

Dopo la sentenza, infatti, tra il 1974 e il 1976 si ebbe nel paese un incredibile fermento di tv locali via etere che, sebbene non autorizzate dalla legge, erano state in qualche maniera legittimate dall’ammissibilità del cavo: nei primi mesi del ’76 c’erano sul territorio nazionale già una settantina di tv locali, tra di esse alcune già trasmettevano sin dall’agosto del 1974 come TeleLiberaFirenze che esordì con una celebrazione del trentennale della Resistenza. Come per le radio, molte delle prime esperienze di tv libera nascevano da una spinta democratica verso una informazione alternativa a quella del monopolio più che attirate dal mercato e dal business, un aspetto però che si esauriva nel giro di pochi anni anche per la assoluta assenza di regole nel settore che favoriva i più forti.

Accadde così che quanto più le dinamiche sociali e di mercato sviluppavano nuove televisioni, tanto più il governo si mostrava latitante e tanto più la sinistra si arroccava nella difesa del sistema pubblico, senza cogliere il fatto che il fiorire di tante iniziative dopo le frustrazioni di un ventennio di monopolio, la comparsa dentro di esse di un ceto di nuovi disoccupati intellettuali, gli entusiasmi per la nuova presa della parola erano tutti fenomeni da guardare con attenzione. Così la nuova sentenza del luglio del 1976, che arrivava per inciso dopo che nel 1975 era stata varata una storica riforma della Rai, significava l’apertura di fatto della corsa all’oro televisivo da parte di decine di imprenditori tv, con o senza scrupoli come tutte le corse all’oro.

Negli anni che seguirono nessuno si preoccupò seriamente di normare, come aveva chiesto la Corte, il sistema dell’etere, che divenne dunque un campo di battaglia dove in nome del mercato si consumava una delle peggiori sconfitte del liberalismo e del pluralismo: una vicenda che divenne unica non avendo l’uguale in tutti gli altri paesi democratici occidentali europei. Mentre infatti altrove agli inevitabili processi di liberalizzazione delle comunicazioni radio tv si affiancavano leggi che non avrebbero permesso a nessun singolo la proprietà di più di una emittente, in Italia grazie alla straordinaria latitanza del ceto politico di governo e di opposizione (ed alla compiacenza di parte di esso) Berlusconi costruiva un impero mediologico dalle caratteristiche sudamericane, che non tarderà a manifestare i suoi devastanti effetti sul paese e sulla politica nel giro di un decennio.

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