Un enorme cuore di rose rosse con una sola firma: Sergio. E poi, davanti alla bara di legno grezzo, la riproduzione di una foto culto: Raffaella Carrà circondata da bambini neonati di tutto il mondo. Lo scatto fu realizzato da Oliviero Toscani per Amore, lo show di Rai1 sulle adozioni a distanza che consentì di mettere a segno 130 mila adozioni in tutto il mondo: Raffaella chiamò all’ultimo minuto il fotografo perché voleva un lancio inedito, che facesse parlare, e il geniale Toscani in una notte s’inventò una campagna diventata iconica di cui la Carrà si innamorò al primo impatto. Cuori e bambini. Sta racchiuso in questi due simboli il funerale di Raffaella Carrà, morta il 5 luglio dopo una malattia vissuta nel riserbo più assoluto, e lei stessa ha pianificato nel dettaglio il suo ultimo addio. Niente canti durante la cerimonia, solo un tappeto di musiche suonate dall’organo monumentale di Santa Maria in Ara Coeli, la basilica romana cui hanno avuto accesso duecento ospiti (per mantenere al massimo il distanziamento anti Covid). Cuori e bambini. Di fianco alla bara un cuore rosso voluto da Sergio Iapino – simbolo di un amore che in fondo non è mai finito, con il regista che non si è allontanato un solo minuto dalla camera ardente, salutando uno ad uno tutti quelli, famosi e non, che hanno voluto rendere omaggio all’immensa showgirl –, poco distante quello di bellissime rose gialle (giallo era il colore preferito dalla Carrà) firmato «Laura e famiglia». È facile immaginare che sia quello di Laura Fattore, storico ufficio stampa della Carrà, con cui ha lavorato per quasi vent’anni mantenendo sempre profilo basso, discrezione ed estrema professionalità. C’è poi un’altra Laura, la Pausini che in questi giorni ha voluto farsi sentire, alla sua maniera, condividendo su Instagram un ricordo intimo e uno scatto della figlia Paola in braccio alla conduttrice: «Paola era nata da pochi mesi e ti avevo promesso che appena rientravamo a Roma dopo la sua nascita a Bologna, l’avrei portata subito da te. Volevi conoscerla e coccolarla un po’». Fiori gialli anche per Lorella Cuccarini, con la semplice dedica: “Eternamente Raffaella”. E proprio i bambini, il senso di maternità diffusa, sono l’altro passaggio chiave dell’ultimo commiato. In prima fila i suoi figli c’erano tutti. A cominciare dai nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Renzo, di cui si prese cura quando lui morì di cancro («non sono stata madre, sono stata padre», disse a Bonolis in un’indimenticabile intervista), seduti al fianco di Japino, e poi ancora Barbara e le altre figlie di Gianni Boncompagni, che la Carrà ha cresciuto come una madre generosa. «Non ha avuto figli perché, quando era molto giovane, diceva che un figlio non si può mettere in valigia e portarlo con te in giro per le piazze, non ha senso… Quando poi, intorno ai 40 anni, si sentiva più matura e pronta ad accettare la maternità, la natura le disse: no, carina, non decidi tu, decido io… E Raffaella ha accettato questa condizione, non si è imbarcata in un accanimento terapeutico», ha svelato la Boncompagni.

Del resto, pur non essendo diventata fisicamente madre, la Carrà è stata mamma di tanti figli che ha adottato nel mondo. E lo è stata, per quanto sui generis, dei milioni di seguaci che hanno trasformato il «Raffaella è mia» cantato da Tiziano Ferro in «Raffaella è nostra». La dimostrazione plastica? I fan di tutte le età in coda per la camera ardente, poi assiepati sulla piazza del Campidoglio e ai piedi della scalinata dell’Ara Coeli, che hanno alternato lacrime e tristezza alle canzoni iconiche della sua carriera. Fuori l’esercito della Carrà – transgenerazionale e globale, c’era gente di tutte le età e venuta da tutto il mondo -, dentro la basilica invece le istituzioni, i colleghi e gli amici veri. In prima fila il ministro della cultura Dario Franceschini e lo storico collaboratore e amico Alessandro Lo Cascio, poche sedie dopo Milly Carlucci, Lorena Bianchetti, Enzo Paolo Turchi e Carmen Russo, Monica Leofreddi, Serena Autieri, Gigi Marzullo, Massimo Lopez. E ancora il direttore di Rai1 Stefano Coletta – che per lei aveva immaginato un ritorno in grande stile con l’Eurovision Song Contest 2022 -, l’ad Rai Fabrizio Salini e, quasi in incognito, Joaquín Cortés, Alessandro Greco, Monica Leofreddi, l’autore Walter Santillo e Salvo Guercio, firma di punta di tanti programmi della Carrà e preziosa memoria storia della tv (c’è sempre lui dietro gli speciali più riusciti di TecheTecheTe dedicato a Raffaella e alle grandi star della musica e della tv).

Tanti altri big invece le hanno reso omaggio privatamente, nella camera ardente (inizialmente allestita per sei ore, diventate in breve due giorni e mezzo di pellegrinaggio continuo, che subito ha riportato alla memora l’abbraccio collettivo visto per Fabrizio Frizzi), e degli amici veri nessuno è mancato. Maria De Filippi è arrivata a tarda sera restando fedele all’immancabile profilo basso, Renato Zero si è inchinato davanti alla bara, poi ancora Fiorello («ecco la regina», ha detto lo showman imbastendo un ultimo commovente dialogo con l’amica Raffa) e Loretta Goggi, che si è inginocchiata in lacrime distrutta dal dolore, lo scenografo Gaetano Castelli (che con lei ha lavorato in tantissimi show), Pippo Baudo, Renzo Arbore, Pupo e Valeria Marini, Alberto Matano, Leo Gullotta.

Volti noti, ma soprattutto un tappeto di teste, gente comune e tante parrucche bionde. Tra lacrime e festa – o meglio, fiesta – in piazza è andato in scena l’ultimo addio ad un’artista gigantesca, per certi versi inarrivabile, che oltre a coltivare la devozione per il suo lavoro ha parallelamente curato l’aspetto più intimo, legato alla fede. Come hanno rivelato i quattro frati di cappuccini di San Giovanni Rotondo che hanno concelebrato il rito: la Carrà era infatti devotissima di Padre Pio e frequentava lontana dai riflettori i luoghi del Santo. Vent’anni fa, nel 2001, inaugurò Tele Radio Padre Pio, poi con Japino e altri amici più volte è stata lì in pellegrinaggio senza mai ostentare il legame con San Pio da Pietrelcina. Per questo, tra le volontà che ha espresso prima di morire, c’è anche quella di tornare lì per un’ultima volta. «Il suo desiderio è tornare a San Giovanni Rotondo: dopo la cremazione, l’urna di Raffaella farà tappa lì e poi al Monte Argentario», svela un frate. Dunque, Raffaella riposerà nella terra che più ha amato, sul mare della sua Toscana.

«Il bene da te compiuto non resterà senza ricompensa. Goditi il meritato riposo nella fiesta del cielo», chiosa il frate prima di lasciare l’ultima parola al sindaco di Roma, Virginia Raggi – «Raffaella ha portato avanti conquiste sociale e culturali. Riusciva a parlare a tutti, era un’icona pop indimenticabile e carismatica» -, e ancora a Lorena Bianchetti, che ha preso la parola per ricordare l’artista e la donna, e ringraziare a nome della famiglia per tutto l’affetto che il pubblico della Carrà le ha dimostrato in questi ultimi tre giorni di tributo senza sosta. La preghiera lascia poi spazio all’amore senza fine del suo pubblico: dall’alto del Campidoglio, con Roma ai suoi piedi, la bara di legno grezzo scende la scalinata dell’Ara Coeli e scatta un applauso infinito, impastato di emozioni, ricordi personali, dolore e lacrime. Mentre Japino saluta uno per uno decine di persone, si alzano i cori – «va, ti prego va da lei, non farla più aspettare, e salutala per me» e ancora «ballo ballo senza respiro» – e quando il carro funebre lascia la piazza arriva il momento in cui la vita ti sbatte in faccia la verità. Raffaella Carrà davvero non c’è più. Ma il suo mito e il carisma saranno eterni.

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