Davanti alle immagini vergognose e drammatiche delle violenze da parte della polizia penitenziaria nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è stato giustamente detto da più parti che, sotteso ai temi della prevenzione e della repressione degli abusi nelle carceri, vi è un problema culturale di fondo che l’Italia si porta dietro da decenni.

Fino a quando le istituzioni non daranno in maniera univoca, senza divisioni interne e senza tentennamenti, un messaggio chiaro contro ogni uso illecito della forza da parte di funzionari dello Stato; fino a quando i sindacati di polizia sentiranno di avere potere contrattuale anche mettendo sul piatto quello spirito di corpo che porta all’omertà e al depistaggio; fino a quando il singolo poliziotto si sentirà coperto da un’autorità superiore nell’usare la violenza, allora non si potrà parlare di mele marce ma di un problema sistemico che potrà riservarci ancora troppi deplorevoli episodi come quelli che abbiamo oggi sotto gli occhi.

Porto un esempio tratto dalla mia diretta esperienza che ben mostra questo problema culturale di fondo che ho menzionato. Nel 2010 pubblicai un mio libro, scritto insieme al presidente di Antigone Patrizio Gonnella, dal titolo eloquente Il carcere spiegato ai ragazzi. Nel 2020 ne è uscita una riedizione aggiornata con gli ultimi dieci anni di storia. Il libro si rivolgeva a ragazzi adolescenti, cercando di raccontare con un linguaggio semplice e diretto ma senza semplificazioni e scorciatoie la realtà delle carceri italiane e la distanza che a volte presentano dalle norme codificate. Lo scopo era quello di avvicinare anche le giovani generazioni a un tema difficile e spesso considerato scomodo, del quale è invece importante che l’opinione pubblica abbia consapevolezza, anche al fine di mettere in atto quel controllo sociale che concorre nel prevenire gli abusi.

Anni dopo, un brano tratto da quel libro venne inserito nelle prove nazionali Invalsi previste dalla legge italiana per gli studenti. Nel brano si diceva che le carceri non sono tutte uguali, che molte cose possono cambiare da istituto a istituto. In particolare si scriveva: “Il più rilevante elemento di differenziazione tra un carcere e l’altro resta tuttavia un elemento illecito, non previsto da qualsivoglia regolamento. Si tratta dell’uso della violenza da parte dei poliziotti penitenziari, che purtroppo in alcuni istituti viene riscontrata”.

Se ne accorse un sindacato autonomo di polizia penitenziaria e si arrabbiò moltissimo. Era il marzo del 2018. Antigone aveva vinto processi per violenze e maltrattamenti in carcere, aveva ottenuto sentenze da corti nazionali e sovranazionali, raccoglieva da anni segnalazioni di abusi dagli stessi diretti interessati. Quel che scrivevamo era la realtà dei fatti. Naturalmente non ci saremmo mai permessi di dire che la polizia penitenziaria in generale è violenta. Abbiamo sempre sottolineato come, a fronte di una piccola parte di poliziotti che usano male la propria divisa, ce ne sono moltissimi che sono profondamente onesti, che mostrano grande rispetto per il proprio lavoro, che non calpesterebbero mai la legge né la dignità delle persone. Abbiamo sempre spiegato come, anche e proprio per tutelare questi ultimi, sia importante isolare i primi.

Il sindacato di polizia, dicevamo, si arrabbiò moltissimo. E fino a qui poteva anche essere immaginabile. Ciò che ci sorprese al tempo fu un comunicato stampa che il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia emanò in data 29 marzo 2018. Il capo delle carceri italiane scriveva che il nostro libro forniva “una sintetica rappresentazione della realtà penitenziaria non basata su dati oggettivi, ma frutto di una interpretazione generica” e che le nostre affermazioni erano “profondamente offensive dell’onorabilità del Corpo di polizia penitenziaria”.

Ecco: questo è il problema culturale di cui parlavo all’inizio. Un libro rivolto alle scuole, che non dice una parola che non sia vera, viene stigmatizzato dall’istituzione. Una sintetica rappresentazione? È un volume nel quale attraversiamo la storia, la normativa, la realtà delle carceri italiane in tutti i loro aspetti. Non basata su dati oggettivi? Antigone è uno dei più rilevanti centri di ricerca italiani sulla pena e siamo autorizzati dal 1998 a visitare tutte le carceri del Paese, cosa che facciamo in continuazione per scrivere i nostri rapporti annuali che sono consultati da studiosi, politici, funzionari. Profondamente offensive dell’onorabilità del Corpo? Il punto è proprio questo. Fino a quando le autorità pubbliche continueranno a credere che l’onorabilità del Corpo non si conquista con l’integrità morale ma con i silenzi, allora Santa Maria Capua Vetere resterà sempre possibile.

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