Il suo ombelico scoperto e i movimenti ritmati del bacino hanno segnato un punto di rottura etico più che estetico. Con lei la Rai annunciava, meglio, non nascondeva più le ragioni del corpo.

Sul finire degli anni Sessanta questa missione se la assunse con coraggio Raffaella Carrà. Veniva dall’Accademia Nazionale di Danza e da alcune parti in film e sceneggiati di un certo successo, ma fu con lo ‘shake’ che entrò nel cuore e nella fantasia degli italiani. Era il via libera, la fine della TV bacchettona e protettiva, in cui bisognava evitare di usare la parola ‘membro’ per indicare ‘esponente di…’ o era necessario mettere calze adeguate alle gemelle Kessler per attutirne la cifra erotica. La stessa Mina, che nel canto e nella vita privata certo non poteva dirsi conformista, nel confronto con Raffaella – nello show Milleluci – appariva composta e classicheggiante contro una più fresca, libera e disinibita ballerina.

Il ‘Tuca Tuca’, con lo sdoganamento dell’iniziativa femminile nel gioco erotico, concluse questa parabola etica di Raffaella. Enzo Paolo Turchi, partner della Carrà in quel ballo, ha raccontato divertito le traversie censorie delle riprese di quel ballo che non doveva esagerare nei punti di contatto tra le mani e i corpi.

Negli anni successivi i programmi della Carrà furono davvero popolari nei numeri degli ascoltatori e nella capacità di suscitare emulazione comportamentale e gusti. Lei sapeva come pochissimi entrare in connessione sentimentale con il comune di sentire degli italiani fino a riuscire a plasmarlo.

È andata via dopo unanimi e planetari riconoscimenti: icona gay, simbolo di libertà, e non solo per noi che viviamo da Trieste in giù, ma per il mondo spagnolo e per i sussiegosi britannici che ne hanno fatto un simbolo della libertà. Un’italiana da esportazione, come soleva definire Enzo Biagi i grandissimi. E Raffaella lo è stata assolutamente

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