Via libera della Commissione europea al Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano. L’annuncio ufficiale è arrivato nel corso della visita della presidente Ursula von der Leyen a Roma, dove ha tenuto una conferenza stampa congiunta a Cinecittà con il premier Mario Draghi. Ora il Consiglio ha un mese di tempo per approvare definitivamente il Pnrr, cosa che si prevede avvenga nell’Ecofin del 13 luglio, dopodiché la Commissione potrà erogare il prefinanziamento. Che per l’Italia ammonta a 24,9 miliardi di euro (9 di trasferimenti e 15,9 di prestiti, prima della pausa estiva), il 13% dei 191,5 miliardi a valere sulla Recovery and resilience facility che è il “cuore” del piano europeo. Risorse a cui si aggiungeranno i 13 miliardi del programma react Eu e i 30,7 del Fondo nazionale complementare.

Il piano che dettaglia come saranno spesi i 68,9 miliardi di sovvenzioni e 122,6 di prestiti “rappresenta una risposta completa e bilanciata alla situazione economica e sociale dell’Italia, contribuendo in modo appropriato a tutti e sei i pilastri del regolamento Recovery“, scrive Bruxelles, che ha assegnato all’Italia dieci A e una B, alla voce “costi”. La versione finale contiene alcune modifiche concordate con Bruxelles per ottenere il via libera: è stato inserito un capitolo sulla biodiversità – aspetto su cui il piano era molto debole – che destina 1,2 miliardi per le risorse marine, la riforestazione in città e fuori città, il ripristino di alcune zone del Po. Al contrario sono state “escluse” alcune misure previste inizialmente, che “non erano in linea interamente con gli obiettivi“, come ad esempio alcune misure previste dal piano Industria 4.0 che, essendo state concepite e normate prima di Next Generation Eu, non rispettavano pienamente i criteri di eligibilità per essere considerate utili alla transizione digitale. Altre misure sono state escluse perché la Commissione “non ha ricevuto sufficienti rassicurazioni” che non ostacolassero la lotta al cambiamento climatico (rischiavano cioè di non rispettare il ‘do no significant harm principle’). Per esempio, in concreto, per quanto riguarda il rinnovo delle flotte di autobus o del materiale rotabile, “non era sempre chiaro” che si trattasse di veicoli a basse emissioni, quindi si è deciso di chiedere alle autorità italiane di “escludere quelle parti”.

Bruxelles scrive che “il piano contiene un’ampia gamma di investimenti e riforme per affrontare le sfide della transizione verde”. Anche se la quota del 37% di risorse destinate a questo scopo corrisponde al minimo richiesto, e tutti gli altri Paesi i cui piani sono stati finora approvati hanno decido di stanziare una percentuale più alta. La Commissione comunque si accontenta e cita gli interventi di riqualificazione energetica degli edifici, anche con incentivi fiscali, e investimenti diretti per ristrutturazioni di edifici pubblici, scuole, tribunali, alberghi, musei, cinema e teatri. Importanti sono le riforme per aumentare la concorrenza nei mercati dell’energia elettrica e del gas, per promuovere l’uso di fonti di energia rinnovabile e per facilitare l’autorizzazione di progetti di energia rinnovabile. Vengono poi sottolineate le misure per ridurre le emissioni di gas serra dei trasporti, con investimenti nella mobilità urbana sostenibile e nelle infrastrutture ferroviarie. Inoltre, “il piano affronta le sfide esistenti sulla gestione dell’acqua e delle acque reflue e tutela della biodiversità”, e prevede l’adozione di una nuova strategia per promuovere l’economia circolare. “Gli investimenti modernizzeranno gli impianti di gestione dei rifiuti esistenti e ne costruiranno di nuovi”, sottolinea la Ue. “Le infrastrutture idriche saranno migliorate per proteggere le forniture e ridurre le perdite”, e verranno poi introdotte misure per promuovere il rimboschimento e il recupero di aree naturali, fondali e habitat marini. Per quanto riguarda il digitale, il piano prevede “importanti investimenti” nella digitalizzazione delle imprese, nel completamento delle reti a banda ultralarga e nella connettività 5G. “Significativi” gli interventi che mirano alla digitalizzazione della pubblica amministrazione, tra cui scuola e sanità, e quelli per la digitalizzazione della giustizia.

“C’è sicuramente” il rischio” che il Pnrr si risolva in un annuncio, “come c’è stato in occasioni precedenti: fondi molto ingenti che non sono stati spesi o sono stati spesi solo in piccola parte”, ha ammesso Draghi. Che si è detto però ottimista: “Cosa c’è di diverso oggi? Due cose fondamentali: una è la volontà politica di fare, il Parlamento ha votato con grandissima maggioranza il piano. E, secondo, c’è la capacità amministrativa di farlo. E’ stata fatta la riforma della pa, ora bisogna fare altre riforme – giustizia, concorrenza, un pacchetto di semplificazioni molto importante che cambia in profondità l’agire amministrativo. Siamo fiduciosi, con questi cambiamenti. Senza queste riforme sarebbe probabilmente un altro annuncio come gli altri. Ce la faremo”. Poi ha confermato il cronoprogramma delle riforme: “Entro giugno prevediamo il ddl delega per la riforma degli appalti e delle concessioni. Nel mese di luglio la legge sulla concorrenza e la riforma della giustizia dovrebbe andare a giorni in Consiglio dei ministri. Questi sono i primi blocchi. L’idea è procedere alla massima velocità“. “La sfida più importante ora è l’attuazione del piano” ed è fondamentale che “la prima tranche di risorse di 24,89 miliardi, un tempo l’importo di una intera finanziaria, che arriveranno nei tempi che auspicavamo, siano spesi tutti e spesi bene in maniera efficiente ed efficace e che siano spesi con onestà“, ha aggiunto Draghi.

Federico Anghelé, direttore di The Good Lobby, è tornato a chiedere al governo di “varare subito delle regole comuni che garantiscano l’accesso della società civile ai processi decisionali e la possibilità di monitorare nell’interesse pubblico l’impiego dei fondi” per garantire partecipazione e trasparenza. “Come recentemente dimostrato in un documento pubblicato da Obessu, Esu e Civil Society Europe, organizzazioni europee che si occupano di promuovere i diritti dei giovani, gran parte dei Paesi europei ha sistematicamente ignorato la società civile durante la redazione dei Pnrr nazionali”, rimarca Anghelé. “E’ indispensabile che il governo italiano inverta la rotta e coinvolga la società civile nel monitoraggio dei progetti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Senza effettiva trasparenza e partecipazione della società civile c’è il rischio che i fondi cadano nella rete della corruzione e del clientelismo. Con le numerose sfide da affrontare, emergenza climatica, crisi economica e sociale, non possiamo permetterlo. Noi il 30 giugno saremo davanti al Parlamento per lanciare l’allarme”.

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