The big carnival, “il grande luna park” è il titolo che fu dato in seconda battuta al famoso film di Billy Wilder del 1951 che tutti conosciamo come L’asso nella manica traduzione letterale dall’inglese Ace in The Hole.

La storia è quella di un giornalista fallito e senza scrupoli, Charles Tatum (Kirk Douglas) che, trovandosi ad Albuquerque, si imbatte nel caso di un uomo rimasto intrappolato in una cava in cui si era illegalmente e imprudentemente calato. Con la complicità della moglie del malcapitato e dello sceriffo della città, fa rallentare i soccorsi per poter raccontare in esclusiva e in continuità la sofferenza del poveretto e rilanciare così la sua carriera.

Prima che la vicenda abbia il suo epilogo tragico, per diversi giorni la periferica cittadina viene invasa da curiosi, giornalisti, venditori ambulanti, intrattenitori, gruppi musicali fino a trasformarsi, con diffusi vantaggi economici, in una sorta di luna park, il big carnival del titolo.

Quando, trent’anni dopo (anche per il film c’è una ricorrenza tonda), la Rai mandò in onda a reti unificate e in continuità la diretta del tentativo di salvataggio di Alfredino Rampi nello sconosciuto paese di Vermicino, il sospetto del “big carnival” aleggiò qua e là tra gli osservatori della vita nazionale. Sia chiaro: solo i più beceri dietrologi avrebbero potuto rivedere in persone al di sopra di ogni sospetto come il conduttore Piero Badaloni o il presidente Sandro Pertini, accorso sul luogo dell’incidente, le figure di Charles Tatum o del corrotto sceriffo Kretzer.

Tuttavia, da sempre l’episodio di Vermicino con la sua straordinaria copertura mediatica, soprattutto televisiva, è indicato come un punto di svolta nella storia dell’informazione, come la tendenza, o meglio la deriva verso la cosiddetta tv del dolore, verso lo sfruttamento ai fini dell’audience delle tragedie, verso la trasformazione in personaggi delle persone coinvolte in terribili vicende private che avrebbero diritto e dover di restare tali. E su questo occorre fare alcune puntualizzazioni per non dare credito a letture storiografiche un po’ sommarie.

Vermicino dal punto di vista televisivo non fu un caso isolato. Maratone, come si definiscono ora, in diretta in quegli anni ce ne furono parecchie. Pochi giorni prima di Vermicino c’era stato l’attentato al Papa e qualche mese prima quello a Ronald Reagan. Ma soprattutto, sul finire dell’anno precedente, nel novembre dell’80, c’era stato il terremoto dell’Irpinia.

Nei giorni successivi al sisma, in un momento di grande sofferenza tra la scoperta progressiva della gravità della situazione e i ritardi dei soccorsi, la Rai aveva trasmesso molte ore di diretta dai luoghi della tragedia mostrando con inconsueta trasparenza le reali condizioni di quei luoghi e della popolazione tra immagini di case distrutte, strade sprofondate, corpi senza vita, volti disperati, grida di soccorso.

Anche quella era in un certo senso tv del dolore, spettacolo della sofferenza. Ciò che la tv, la Rai per essere precisi, fece in Irpinia e a Vermicino, senza qui entrare nel complesso problema del confine tra diritto/dovere di cronaca e rispetto delle vittime, tra informazione e spettacolarizzazione, si può spiegare con un’analisi del momento storico del sistema televisivo italiano.

I primi anni Ottanta sono gli anni in cui la diffusione dell’emittenza privata comincia a insidiare il primato del servizio pubblico. Due esempi famosi: nel 1981 la Rai rinunciò sciaguratamente alle puntate della serie americana Dallas, lasciandole alla concorrente Canale 5 di cui avrebbero fatto la fortuna. L’anno precedente una tv locale Antenna 3 aveva organizzato una raccolta fondi per le popolazioni colpite dal terremoto ottenendo un risultato straordinario sia dal punto di vista concreto sia per la sua visibilità, per il suo prestigio (ne fu protagonista e forse vittima Enzo Tortora).

Ma in questa irresistibile ascesa dell’emittenza privata, mancava un elemento essenziale per la comunicazione televisiva: per legge le private non potevano trasmettere in diretta che restava un diritto esclusivo del servizio pubblico. Ecco perché la Rai scelse di rafforzare questo tipo di produzione, buttandosi a capofitto sul racconto della realtà in tempo reale, “live”, anche nei punti e nei momenti più delicati e forse discutibili della vita, anteponendo alla finzione della lontana e patinata Dallas la dura realtà dell’Irpinia o di Vermicino, augurandosi, in quest’ultimo caso, un lieto fine che purtroppo non ci fu.

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