“Nell’istante stesso in cui cadevo in piazza San Pietro, ho avuto il vivo presentimento che mi sarei salvato. Questa certezza non mi ha mai lasciato, nemmeno nei momenti peggiori, sia dopo la prima operazione, sia durante la malattia virale. Una mano ha sparato, un’altra ha guidato la pallottola”. Il quadrante della storia segna le 17,17 del 13 maggio 1981 quando Alì Agca spara a San Giovanni Paolo II. Wojtyla in quel momento era sulla papamobile, in piazza San Pietro, e stava salutando i numerosi fedeli presenti all’udienza generale. Ma, improvvisamente, la storia cambiò.

A quarant’anni da quell’attentato, Antonio Preziosi, direttore di Rai Parlamento, ha pubblicato il libro Il Papa doveva morire (San Paolo). Agca, un killer professionista, rimase, infatti, molto sorpreso dal fatto che Wojtyla riuscì a sopravvivere ai suoi colpi. Qualcosa non era andato come previsto. Eppure tutto era stato studiato attentamente per uccidere il Pontefice polacco eletto da poco più di due anni e mezzo. Un Papa molto scomodo, soprattutto al regime comunista che ancora dominava nella Polonia di cui Wojtyla era figlio.

Un vescovo di Roma che, non molti anni dopo, sarebbe stato determinante nella caduta del Muro di Berlino. Gli storici, infatti, concordano sul fatto che il pontificato di San Giovanni Paolo II contribuì in modo decisivo ad accelerare il crollo del comunismo. Agli occhi dei vertici di quel regime era, dunque, chiara la consapevolezza che il Papa polacco era molto pericoloso. Anche se sull’attentato restano tutt’oggi profonde zone d’ombra e numerose domande senza risposta.

Il 27 dicembre 1983 Wojtyla si recò nel carcere romano di Rebibbia per incontrare Agca. “I contenuti dell’incontro, – scrive Preziosi – tenuti riservati ai media dal Santo Padre, devono essere in qualche modo ‘deludenti’ per chi si aspettava rivelazioni o novità destinate a passare alla storia. Il Papa conferma il suo perdono paterno ad Agca. Dalle immagini si vede il Pontefice che stringe un braccio del suo carnefice e ascolta fitto le sue parole, quasi appoggiando la sua testa a quella del killer. E uscendo dalla sua cella, il Pontefice dice semplicemente ai giornalisti: ‘Ho parlato con lui come si parla con un fratello, al quale ho perdonato e che gode della mia fiducia. Quello che ci siamo detti è un segreto tra me e lui’”.

“Eppure – aggiunge Preziosi – in molti raccontano che Agca ‘tormentò’ il Papa per sapere da lui come avesse fatto a sopravvivere all’attentato. Per lui, infatti, in condizioni ‘normali’, il Papa doveva morire. Dai ventuno minuti trascorsi insieme, il Papa percepisce l’ossessione di Agca nel voler conoscere i particolari del terzo segreto di Fatima. E vuole saperli proprio da Giovanni Paolo II, perché non riesce a spiegarsi come mai lui, che si riteneva un killer infallibile, abbia invece fallito il colpo. ‘Me lo chiedeva ossessivamente, direi che quasi mi molestava’, confidò a caldo il Papa al suo medico Renato Buzzonetti”.

Il giornalista scrive che “Agca chiedeva al Papa: ‘Come hai fatto? Come hai fatto a salvarti?’. ‘Santità – aveva interloquito Buzzonetti – probabilmente Agca si ritiene un killer perfetto’. E il Papa aveva risposto, non con disprezzo, ma con pienezza di pietà e di umana misericordia, che in realtà ‘in questo incontro mi è apparso un poveretto’. Lo aveva incontrato per ‘carità cristiana’, raccontò una volta il Papa a Indro Montanelli. Ma dall’incontro tra il Papa ed Agca non emersero novità fondamentali sulla matrice dell’attentato. In fondo si era trattato di un faccia a faccia di appena dieci minuti. Troppo poco, per ammissione dello stesso Pontefice, ‘per capire qualcosa di moventi e di fini che fanno certamente parte di un garbuglio… si dice così?… molto grosso’”.

Come ricorda nella prefazione del volume di Preziosi monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, sull’attentato “ci si incontra con le versioni più strampalate, costruite di volta in volta da Ali Agca, create intenzionalmente per portare fuori pista e per offrire ai suoi maniacali interventi un palcoscenico su cui recitare ancora come protagonista, senza rendersi conto che per lui il sipario è chiuso da tempo. Le parole di perdono pronunciate da San Giovanni Paolo II sono come una pietra tombale perché portano con sé l’obbligo a dimenticare l’odio che ha mosso la mano omicida”.

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