Immagina di dover lasciare casa, perché la gente della tua città ti odia. Immagina insulti e aggressioni. Immagina l’odio. Ovunque ti volgi. Immagina di dover andare a vivere altrove, per sfuggire a tutto ciò. E ricomincia tutto da capo. Fino a nuove aggressioni. Fino a quando qualcuno prende una tanica di benzina, ti cosparge di carburante e va d’accendino. Stai immaginando? Bene. Perché a Normunds Kindzulis è successo davvero. Era un paramedico di Riga, in Lettonia. Ucciso. Perché gay.

Certo, ora dirai che questi sono fatti estremi. Di certo non li condividi. Li condanni anche. Eppure, di fronte a ogni tentativo di rendere più facile la vita dell’umanità che rientra nella sigla Lgbt+, ti viene fuori un “ma”. Non hai nulla contro gli omosessuali, ma. Magari hai pure tanti amici gay. Ma. La stessa obiezione che usi quando si tratta di dover riconoscere tutele a favore di donne lesbiche e transgender, ad esempio. O bisessuali, FtM e non binary. L’elenco è lungo: che siano unioni civili, matrimonio egualitario, adozioni, omogenitorialità o una semplice legge contro i crimini d’odio. Se emerge quel “ma”, ti do una notizia, hai un problema. E questo problema si chiama omobilesbotransfobia.

Il “ma” è una congiunzione avversativa. Un dispositivo linguistico che mette insieme (congiunge, appunto) al costo di un’opposizione. È un “no” mascherato da buone intenzioni e che porta a pessime conseguenze. Non è l’unico termine, anzi, è in buona compagnia: anzi, eppure, però, tuttavia, bensì. Se usi frasi tipo “non sono razzista, ma” significa che sei razzista. “Hai tanti amici gay, ma” significa che non hai amici gay, ma conoscenti che forse non hanno nemmeno ben presente il carico di inadeguatezza di cui potresti essere capace nei loro confronti. E la cosa più preoccupante è che forse non lo sai nemmeno tu.

Ogni qualvolta mettiamo un limite al grado di libertà e autodeterminazione di cui una persona può disporre, e se leghiamo tale limite a un aspetto della sua identità, stiamo compiendo un abuso. Se pensiamo che le donne non debbano svolgere certi lavori perché donne, stiamo cavalcando il sessismo. Se l’oggetto del nostro “ma” è il colore della pelle, è razzismo. Se è l’orientamento sessuale o l’identità di genere, significa che hai problemi con le persone Lgbt+. E oggi 17 maggio, nella Giornata contro l’omo-bi-lesbo-transfobia, sottolineiamo proprio quel “ma”. Con tanto di penna rossa, come si fa con gli errori.

Sì, conosciamo l’obiezione. Tu non torceresti un capello a chicchessia. Ma non è questo il problema. Il problema non è ciò che tu non faresti, ma ciò che fai. E la violenza non è un incidente di percorso, in un mare di buone intenzioni. La violenza è un sistema di oppressione da parte di un gruppo che vive specifici privilegi a danno di categorie discriminate e di soggetti vulnerabili. Tale sistema può essere esercitato semplicemente attraverso le parole o può esondare in vera e propria crudeltà, anche estrema. La violenza ha larga cittadinanza quando non abbiamo nulla contro qualcuno, ma poi facciamo di tutto affinché gli squilibri restino. È un comodo lasciapassare, che inclina il piano e lascia scivolare comportamenti poco edificanti. Tutti, nessuno escluso.

Perché poi, all’atto pratico, quel ma diventa un no. No all’educazione alle differenze e alla lotta al bullismo a scuola che poi diventa “gender” e mai sia. No ai matrimoni egualitari, che la famiglia è solo uomo e donna, poi va in confusione l’idea di “famiglia naturale” e sai la fatica di accettare il fatto che non tutti condividono gli stessi limiti culturali? No all’omogenitorialità, che poi i bambini rischiano di crescere ricchioni – non lo dici, ma la paura è quella – e poi pazienza se l’eterosessualità non abbia titolo alcuno per essere considerata un modello positivo assoluto. Basta vedere in quali contesti avvengono fenomeni come lanci di neonati nei cassonetti, stupri, abusi, violenza di genere, ecc.

L’ultimo “ma” riguarda il ddl Zan, che vuole combattere i crimini d’odio contro le persone Lgbt+. Se sei contro una legge che cerca di rendere meno violenta la vita di tali persone, di fatto sei a favore della violenza. Tutta o in parte, poco importa. Poi, l’obiezione può assumere le vesti del “ma l’identità di genere” oppure “ma esistono già leggi che…” (e invece no, non esistono). Sono proprio tali posizioni a dar man forte a discorsi e atti che, alla fine della fiera, sono forme d’odio. Anche se non ti piace sentirtelo dire. E oggi, che è il 17 maggio, è importante ribadirlo.

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