Mi hanno insegnato che sul giornale non si scrivono parolacce, a meno che queste non siano una precisa citazione. E allora – è proprio il caso di dirlo – Minchia!, quest’anno sono trenta. Trent’anni di Coliandro, lo scapestrato ispettore nato dalla penna di Carlo Lucarelli e trasformato molti anni dopo in un prodotto televisivo da record grazie a due registi fuori di testa, coraggiosi e innovativi: Marco e Antonio Manetti. Era il 1991. Si ragionava ancora in lire, il Pci di Achille Ochetto esalava l’ultimo respiro e la Sampdoria vinceva, grazie ai gol di Vialli e Mancini, il primo e ultimo scudetto della propria storia. E intanto – all’interno di un’antologia di noir bolognesi – usciva nelle librerie un breve racconto intitolato Nikita, prima avventura dell’Ispettore – all’epoca soltanto sovrintendente – che, un passo alla volta, avrebbe ribaltato completamente il paradigma del poliziottesco anni settanta, dell’eroe in divisa senza macchia e senza paura. Sarebbe dovuto nascere e morire con quelle pagine, in coppia con una ragazzina punk di nome Nikita, ma certi personaggi – si sa – non si esauriscono mai. Hanno vita propria, indipendentemente dalla volontà di chi originariamente li ha tratteggiati. E allora eccoci qua, trentanni dopo, in compagnia del maestro del giallo a ripercorrerne un po’ le tappe.

Lucarelli, facciamo un lungo passo indietro. Come nasce il Sovrintendente Coliandro?
“Mi serviva un personaggio un po’ negativo per raccontare la metà oscura di Bologna. Con alcuni scrittori fondammo il famoso Gruppo 13 e visto che Lorenzo Marzaduri si era messo in testa di scrivere le mie cose, ovvero racconti storici ambientati al tempo del Fascismo, mi sono detto: ok, allora io scrivo le sue. E così è nata l’idea di un noir metropolitano, un poliziesco di quelli americani, d’azione”.

Ambientato a Bologna però.
“Quella città stava cambiando, dovevamo in qualche modo raccontarla. Collaboravo come cronista con un piccolo settimanale di Imola e si leggevano cose assurde: rapine, raid razzisti, omicidi a sangue freddo. Sembrava di stare a Los Angeles”.

Erano gli anni della Uno Bianca.
“Loriano Macchiavelli, già molti anni prima, aveva raccontato Bologna come noir. La cronaca nera non era mai mancata, pensiamo soltanto alla Strage della Stazione. Ma, a livello letterario, non c’era ancora la percezione di tutto questo. La Uno bianca in qualche modo ha sdoganato quell’immaginario. A un certo punto ci siamo guardati negli occhi e abbiamo detto: ma dove cavolo viviamo?”.

E Coliandro?
“Inizialmente mi serviva una sorta di Clint Estwood, un personaggio un po’ negativo, un duro, un uomo d’azione per raccontare quella Bologna lì. Quello che il commissario De Luca non sarebbe mai riuscito a fare. Però mi sono accorto che tradurre l’Ispettore Callaghan in italiano, sradicandolo dal suo contesto, non era un’operazione facile. Le cose non tornavano”.

Il suo Sovrintendente era disperato, amaro, pieno zeppo di pregiudizi. Però onesto. Come è nata l’idea di un personaggio anche comico?
“Dicono che Coliandro piaccia perché in fondo dice quello che la gente pensa. Ma la gente pensa un sacco di sciocchezze. Mentre scrivevo mi ripetevo: ma io con uno così non ci uscirei nemmeno per bere una birra! Allora mi sono inventato questo escamotage: ogni volta che Coliandro diceva un’assurdità io lo bastonavo, facendogli fare una figuraccia. In questo modo i pregiudizi di Coliandro vengono messi in campo proprio in quanto pregiudizi, non come dati di fatto. Senza dover per forza cedere al politicamente corretto a tutti i costi”.

Nel 2006, dopo 15 anni dalla sua prima missione, il Sovrintendente Coliandro è stato promosso ad Ispettore ed è sbarcato su Rai Due. Cosa ha dato e cosa ha tolto la sua trasposizione televisiva?
“Di solito il linguaggio cinematografico appiattisce perché hai meno spazio per approfondire. In questo caso però è successo proprio il contrario: in televisione Coliandro è diventato tridimensionale. Ha assunto la fisionomia e la simpatia di Giampolo Morelli, oltre allo sguardo dei Manetti, diventando meno cattivo e meno disperato, forse più caricaturale. E con quello stile inconfondibile, che si rifà un po’ agli anni Settanta. Oggi non ci sarebbe più spazio per il mio Coliandro. E’ diventato ormai un lavoro collettivo, in cui ognuno di noi ci mette un pezzetto”.

Una volta ha detto: “Se Montalbano ha i fans, Coliandro ha gli ultras”.
“A un certo punto su Facebook siamo stati invasi da foto in cui persino bambini e anziani si ritraevano in pose coliandresche, con i Ray Ban e il dito puntato, accompagnati dalla scritta ‘Hey bambina, questo non è un film!’. Pazzesco. Morelli in Puglia è riuscito a scovare un muro su cui alcuni ultras di calcio, a fianco delle solite scritte contro la polizia, avevano aggiunto ‘Rispettiamo solo Coliandro’. Capisce? Non credo che succeda a molti altri personaggi”.

Forse perché siamo difronte all’unico vero anti-eroe della televisione. E’ d’accordo?
“Certamente, lui è pieno di difetti. Di veri difetti. E’ razzista, sessista, completamente scemo e non sa fare bene il suo mestiere. Poi si trasforma, salvo poi azzerarsi nella puntata successiva. Montalbano è bellissimo, ma è perfetto, come si fa a non ammirarlo?”.

Quando nell’ultimo episodio (Montalbano) ha tradito la compagna è scoppiato il finimondo.
“Proprio per questo motivo. E’ successo anche con Rocco Schiavone, che pure è un personaggio diverso, contraddittorio e con tante sfumature, quando si è fumato una canna. Coliandro ha fatto molto di peggio però all’interno di quella dinamica si è conquistato una specie di immunità. Con lui possiamo raccontare i difetti della società, deriderli ed esorcizzarli senza il rischio che qualcuno si senta il diritto di pensare che in fondo sia giusto e divertente chiamare un ragazzino cinese ‘involtino primavera’ o ‘Sandokan’ il negoziante pakistano sotto casa. Sono pregiudizi e li mettiamo in scena in quanto tali”.

Dice cose orribili, in effetti. Anche nei confronti delle donne.
“In una delle prime scene della prima stagione televisiva arriva in Procura e, vedendo la Longhi (uno dei protagonisti della serie, ndr) darsi lo smalto sulle unghie, la scambia per la segretaria del magistrato. Donna uguale segretaria, è la sua equazione. Ma il magistrato è lei. Una figuraccia che fa capire allo spettatore che un pregiudizio resta un pregiudizio”.

Il suo Coliandro diceva un mucchio di parolacce, ma anche quello televisivo non scherza. Come avete fatto a convincere la Rai?
“Con la Rai il braccio di ferro è durato oltre quattro anni. Non è stato facile imporre un personaggio così distante dai soliti canoni televisivi. Oggi abbiamo conquistato un’indipendenza tale che ci consente di fare un po’ quello che vogliamo. Le parolacce sono una chiave di lettura per raccontare l’orizzonte ristretto di un personaggio che parla come si parla sulla strada. E sulla strada non dici ‘cribbio, è arrivata la polizia’, dici minchia, merda….”

Perché, pur essendo così goffo e caricaturale, piace anche alle stesse forze dell’ordine?
“Non siamo realistici, ma siamo verosimili. Cioè nel nostro essere un po’ fantasiosi mettiamo in scena problemi e meccanismi reali che esistono, per cui i poliziotti forse ci si riconoscono. Però nessuno mai che mi venga a dire ‘Coliandro sono io’. Tutti che mi dicono ‘Sai, è uguale al mio collega”.

Dicono che alcune storie siano improbabili, eppure già nel romanzo “Falange Armata” Coliandro aveva risolto, con due anni di anticipo, il caso della Uno Bianca.
“Quando col noir metti in scena ipotesi possibili, come quella che già circolava sul fatto che la banda potesse essere composta realmente da poliziotti, spesso ci prendi. L’ho scritto perché era suggestivo, non perché ci credessi o avessi delle prove. Noi in fondo prendiamo spunto dalla realtà, raccontiamo cose che già accadono o prima o poi accadranno. Con Coliandro abbiamo parlato di razzismo, fascismo nella polizia, di ‘ndrangheta in Emilia Romagna. Quando ancora era soltanto un’ipotesi al vaglio della commissione antimafia. Altro che trame inverosimili”.

Da I Bastardi di Pizzofalcone all’Ispettore Ricciardi. Negli ultimi anni, anche sulla tivù generalista, stiamo assistendo ad una vera e propria invasione di polizieschi o fiction dallo sfondo noir. Si è mai chiesto perché questo genere esercita ancora così tanto fascino sullo spettatore?
“E’ uno dei motivi per cui scriviamo gialli, non solo perché vanno di moda. In realtà poi è sempre stato così, a parte un periodo in cui il noir è sparito dai radar a cavallo con gli anni Ottanta. Però io sono di quella generazione cresciuta con le Inchieste del commissario Maigret, Il Fantasma del Louvre, Il Segno del Comando e tutto il cosiddetto sceneggiato televisivo. Piace a livello tecnico: se io inizio a raccontarti un mistero, senza rivelartelo subito, tu per forza stai lì aspettando di sapere quello che succederà. E’ quello il gancio del noir. Ma soprattutto piace per quello che raccontiamo. In fondo anche oggi se sfogli un quotidiano ti accorgi che la metà di quello che viviamo sono cose criminali. Dietro a ogni situazione, perfino al calcio, alla gastronomia, alla musica si può nascondere un aspetto noir”.

Fred Vargas parla dei gialli come di “inibitori d’ansia”. Sarà per questo che anche in un periodo così ansiogeno, pieno di dubbi e inquietudini, continuiamo ad amare la tensione del noir?
“Una volta si parlava di letteratura d’evasione, ma non ci ho mai creduto. Perché se la vita è fatta di stupri, omicidi e furti uno dovrebbe evadere guardando stupri, omicidi e furti? Tra l’altro in letteratura i noir non hanno mica il lieto fine, spesso l’epilogo è tutt’altro che conciliante. Quello che noi facciamo, in quanto scrittori, sceneggiatori, giallisti, è creare ansia, ancora più ansia. Ma la gente ha bisogno di confrontarsi con quell’ansia per rispondere a domande che già ha dentro. Come in una seduta dallo psicologo che ti mette difronte ai tuoi fantasmi con l’obiettivo di sconfiggerli, di superarli. Ecco, noi facciamo così”.

E Lucarelli cosa guarda in tivù?
“Un po’ di tutto a dire il vero, ma ovviamente molti thriller e gialli. Per me lavorare è anche guardare film, perfino quando so già in partenza che saranno noiosissimi. E, visto che nel tempo libero dovrei fare pure attività fisica, ho messo tatticamente il tapis roulant davanti alla televisione. Così, soprattutto in questo ultimo anno, ho visto davvero una caterva tra film e serie tivù. E naturalmente ho abbassato i valori del colesterolo”.

Ci sveli qualche criterio infallibile per scegliere cosa guardare.
“Beh, io amo tutto quello che ha a che fare col mistero, tutto ciò che – se ben raccontato – ha la forza di spiazzarmi. Ultimamente però sto guardando molti film ispirati a storie vere. Mi appassiona soprattutto il modo di raccontare, in maniera sempre diversa, cose di cui magari conosciamo già l’epilogo. Eppure, se ben costruite, certe narrazioni riescono comunque a creare colpi di scena uno dietro l’altro”.

Qualche titolo che ha visto ultimamente?
“Ultimamente, sempre tratti da fatti veri, mi è piaciuto molto Three Identical Strangers, questa storia incredibile di tre gemelli separati alla nascita. Ma anche Your Honor e The Serpent. Poi mi sono riguardato River, che mette insieme umanità e thriller in modo meraviglioso, e anche le due stagioni di After Life che però non è nemmeno un giallo. Tra quelli che mi sono piaciuti di più vi consiglio Messiah. E intanto su Sky ho già iniziato a guardarmi Anna, perché Ammaniti è bravissimo”.

E Coliandro quando li rivedremo in tivù?
“Le riprese dell’ottava stagione sono già terminate, ma la messa in onda è stata spostata alla seconda metà del 2021. Quindi probabilmente ci rivedremo ad ottobre. E anche se non posso anticipare molto, aspettatevi il solito caro vecchio Coliandro”.

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