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Costantino della Gherardesca: “Racconto di come una banda di giovani omosessuali torinesi abbia deciso di dire ‘basta’”

E' uscito sulle principali piattaforme gratuite di podcast Le radici dell’orgoglio, il progetto ideato da Giorgio Bozzo, che dal 1992 ad oggi ha raccolto migliaia di ore di materiale audio e video trasformati in 27 episodi che raccontano in modo avvincente 50 anni di lotte e rivendicazioni. "Ripercorriamo le posizioni della politica, il linguaggio che veniva utilizzato sui giornali, cosa veniva permesso e cosa vietato, ma anche la musica di quel tempo, il cinema, il teatro, le battaglie ideologiche, e tutto ciò che il dibattito sull’omosessualità ha generato sul piano sociale, culturale ed artistico", ha spiegato il conduttore

di Francesco Canino
Costantino della Gherardesca: “Racconto di come una banda di giovani omosessuali torinesi abbia deciso di dire ‘basta’”

Per celebrare i cinquant’anni del Movimento Gay Italiano, Costantino della Gherardesca ha prodotto un podcast imperdibile. Il 15 aprile 1971 su La Stampa venne pubblicata la recensione al saggio Storia di un omosessuale, di Giacomo D’Aquino, e quell’articolo apparentemente innocuo innescò la miccia: un gruppo di giovani gay torinesi, capeggiati da Angelo Pezzana, decise che era giunto il tempo di combattere per rivendicare dignità ed emancipazione sociale per le persone omosessuali. Cinquant’anni dopo la fondazione del F.U.O.R.I (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano),È», spiega a FQMagazine Costantino della Gherardesca, voce narrante del primo episodio del podcast.

Cos’è che l’ha colpita di più lavorando a questo progetto, che si basa su un’enorme mole di materiale d’archivio?
Mi ha colpito il fatto che, praticamente da un giorno all’altro, una vera e propria «banda» di giovani omosessuali torinesi abbia deciso di dire basta e di cominciare a rivendicare dignità ed emancipazione sociale per le persone omosessuali. La loro fu una scintilla rivoluzionaria che innescò un cambiamento e una lotta per i diritti in Italia.

Siamo nel ‘71 e non era facile prendere la parola, scendere in piazza con un cartello in mano e manifestare senza rischiare di essere picchiati.
Esatto. In quegli anni gli omosessuali venivano pestati da tutti, sia dai fascisti che dai comunisti, l’omosessualità era considerata una malattia mentale. I gay, parola che chiaramente all’epoca non esisteva, venivano accettati al massimo da una certa borghesia culturale e aristocratica o da una ristretta élite cinematografica.

Perché ha deciso di produrre questo podcast?
Perché ho un forte senso dell’etica dei diritti. E perché questo progetto è anche un tributo a persone che c’hanno messo la faccia e hanno combattuto per quei i diritti civili primari che oggi diamo per scontati. La considero una causa sacrosanta.

Ha capito dove stanno le radici dell’orgoglio?
Nella memoria e nelle azioni di quelle persone che cinquant’anni fa, forse in maniera inconsapevole, hanno innescato una rivoluzione modificando completamente la percezione che si aveva dell’omosessualità. Ma non è un racconto autoreferenziale, piuttosto ha una valenza divulgativa perché rievoca una storia fatta di lacrime e sangue ma anche di provocazione e divertimento.

Per lei è stata una scoperta o sono cose che già conosceva?
Per me che sono di matrice omosessuale anglosassone è stata quasi totalmente una scoperta perché non conoscevo la storia del movimento gay italiano. Ma so di non essere l’unico e la cosa importante è che ciò che emerge da questo materiale – registrato da Giorgio Bozzo negli ultimi trent’anni – è qualcosa di unico.

Lei è stato uno dei primi personaggi della tv italiana a fare coming out. La sua fu una scelta ponderata?
No, affatto, fu totalmente spontaneo. Nel 2001 ero ospite in un programma di Chiambretti per parlare di artisti anarchici e Piero mi domandò: «Scusi, ma lei da che sponda sta?». Io risposi: «Sono omosessuale».

Vent’anni dopo, molti famosi preferiscono invece celare la propria identità sessuale.
Legittimo, per carità, ma mi pare una scelta fuori dal tempo.

Il suo coming out l’ha penalizzata nel lavoro?
All’inizio sì, mi ha penalizzato. Ma poi mi ha dato la tenacia per combattere. Incontravo dei funzionari televisivi che mi giudicavano con una provincialità assoluta. A me è sempre e solo importato fare bene il mio lavoro e gli show che mi sono stati affidati. E un programma fatto bene per me è un programma inclusivo e universalista.

Che impressione le fa il dibattito di questi giorni sul Ddl Zan, che prevede l’aggravante per le aggressioni legate all’omotransfobia?
Mi sembra a tratti surreale e purtroppo la responsabilità è anche di certi media e di tutti quei giornalisti che continuano ad ospitare i politici omofobi in tv. Ovviamente spero che venga calendarizzato e approvato quanto prima. E trovo giusto che i personaggi famosi ci mettano la faccia. Io, nel mio piccolo, l’ho sempre fatto: ricordo che prendevo l’areo da Londra per venire a Roma a manifestare per l’approvazione dei Dico.

Lei è mai stato vittima di bullismo per la sua omosessualità?
Da ragazzo ho subito violenze psicologiche e fisiche, in Svizzera, poi attacchi omofobi anche in Italia. Purtroppo, questi episodi sono stati parte della mia vita. Ma per fortuna ho un carattere forte e sono riuscito a metabolizzarli e a non farmi sopraffare come purtroppo capita a molte persone.

Tornando al suo lavoro, in attesa di nuovi progetti tv, ha aperto una casa di produzione.
Non ho più vent’anni e non m’immagino un futuro in video e basta. Mi piace lavorare dietro le quinte e per questo ho fondato la Kidney Bingos, con cui ho realizzato un programma per l’Istituto Culturale Coreoano in Italia sulla musica K-pop. E poi ho prodotto un altro podcast, Artefatti, nel quale con Francesco Bonami parliamo di arte contemporanea, divulgando il tema in chiave inedita e ironica. In ogni puntata raccontiamo storie e tanti retroscena per imparare ad odiarla.

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