Per costruire una casa solida ci vogliono fondamenta forti. Ad ognuno la scelta sul tipo di edificio su misura e il presidente dell’Egitto, Abdel Fattah al-Sisi, evidentemente, nello stilare le priorità dello Stato, le sue fondamenta appunto, ha scelto di partire dalla repressione. Solo così si può spiegare la mossa strategica: nel 2011 le prigioni egiziane attive di ampie dimensioni erano 43, in meno di dieci anni sono lievitate a 78.

Si tratta di istituti di pena di grandi dimensioni (Central prisons), come l’enorme Borg al-Arab ad Alessandria d’Egitto (12mila detenuti, il più grande in Egitto) o il famigerato Tora al Cairo; a questi si devono aggiungere altre più piccole (General prisons), con dotazioni di sicurezza inferiori dove sono ospitati prigionieri per reati minori con il numero complessivo degli istituti che supera la soglia dei 130.

Nella statistica non figurano le stazioni di polizia, luoghi filtro tra la libertà e la cella, non di rado usate come prigioni vere e proprie. Insomma, un mastodontico apparato attraverso cui il regime mostra i muscoli e affievolisce qualsiasi forma d’opposizione. Ciò che re e predecessori hanno realizzato in decenni se non in secoli di storia, ad al-Sisi è riuscito in una manciata di anni.

Questo dato, davvero impressionante, emerge da un report presentato nei giorni scorsi dall’Anhri (Arab Network for Human Rights Information), una delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani del Paese dei Faraoni. È vero, fino alla primavera del 2013 l’attuale presidente era ‘soltanto’ il Ministro della Difesa, alla guida del Paese c’erano i Fratelli Musulmani, rovesciati poi da un colpo di Stato, ma sono proprio gli otto anni successivi alla cacciata di Mohamed Morsi in cui le prigioni sono proliferate.

Come in un disegno predefinito, il regime del Cairo ha scelto e applicato alcune linee guida ben precise: mettere a tacere il dissenso, se necessario anche con la forza, pianificare la capitale del futuro, un Eden artificiale per pochi in mezzo al deserto, e isolarsi dal resto della popolazione. In attesa dell’inaugurazione della New Capital, 70 chilometri a sud-est del Nilo, il regime si gode il numero impressionante di edifici costruiti o trasformati in altrettanti istituti di pena.

La Rete Araba per le Informazioni sui Diritti Umani è andata a fondo e ha effettuato una vera e propria radiografia dell’attuale sistema carcerario egiziano. Quando al-Sisi ha dato il suo placet all’edificazione dell’imponente numero di prigioni, il bisogno nasceva in previsione di un’azione repressiva senza precedenti, soprattutto nei confronti dell’opposizione politica e delle organizzazioni non governative. In pochi anni il diabolico sistema messo in pratica dalla Nsa, la National Security Agency, il braccio armato del potere di al-Sisi, ha portato ad un’ondata di arresti senza precedenti; decine di migliaia di detenuti da considerare non ‘criminali comuni’.

A parlare oggi sono i numeri: secondo l’Anhri nelle prigioni di Stato sono ospitati complessivamente circa 120mila persone, di queste ben 65mila sono prigionieri politici o di coscienza; 54mila sono invece gli altri i prigionieri per reati comuni. Delle 65mila persone in gabbia abbiamo, oltre ai politici di formazioni ostili al regime, giornalisti, avvocati, medici, professionisti in genere; tra loro anche cittadini ordinari la cui colpa è stata criticare l’operato del governo, magari scendendo in piazza per una manifestazione o lasciando un post su Facebook o Instagram. Manca una piccola, ma comunque nutrita fetta di prigionieri, circa un migliaio, di cui si sono letteralmente perse le tracce.

Parliamo dei tantissimi casi di persone, uomini e donne, arrestate e di cui non si hanno più notizie. Ufficialmente risultano tra le mani dell’autorità carceraria, di fatto risultano scomparse. Un ultimo dato numerico racconta meglio di altri l’incubo in cui sono costretti a vivere migliaia di attivisti antiregime come ad esempio il ‘nostro’ Patrick Zaki, arrestato più di quattordici mesi fa e per una dozzina di volte con la detenzione rinnovata per consentire ulteriori indagini-farsa.

Dei 119mila incarcerati, 82mila stanno scontando una pena definita, gli altri, ben 37mila, sono nelle stesse condizioni di Zaki. Come abbiamo più volte ricordato, la legge egiziana pone un termine a due anni entro cui arrivare ad una sentenza di non luogo a procedere, e dunque di rilascio, o di avvio al processo. Spesso è successo che i termini di detenzione senza una sentenza non siano stati rispettati. È capitato che le autorità egiziane abbiano optato per un altro sistema, l’inserimento di un singolo detenuto in un altro caso giudiziario, riportando le lancette del tempo al primo giorno di carcere.

Nel report dell’Anhri figurano anche due storie. La prima è l’intervista ad un detenuto, Hani Muhannai, del gennaio scorso. Rivela alcuni dettagli sul tipo di detenzione riservato ai figli dell’ex presidente Hosni Mubarak, morto nel febbraio 2020, Alaa e Gamal, in una sezione del carcere di Tora. Ai due, durante la detenzione (sono usciti di prigione lo scorso anno) era stato consentito di trascorrere la detenzione con tutti i confort del caso, tra tavoli da biliardo e di ping-pong, frigorifero e televisore, mentre a migliaia rischiano di morire e vivono in condizioni pessime.

Nel secondo caso si parla di una lettera inviata da un prigioniero di coscienza, Hossam al-Arabi, al procuratore generale, sempre a gennaio: “All’ingresso della prigione sono stati spogliato dei vestiti, rasato e picchiato. Ho assistito ad aggressioni nei confronti di altri prigionieri. Siamo stati fino a 40 detenuti in una cella di circa 15 metri quadrati, gente arrivava e spariva di continuo e per dormire facevamo a turno. Per giorni abbiamo mangiato solo pane, ogni tanto consentivano di farci arrivare cibo dei familiari da fuori”.

Scene di ordinaria follia a cui non dovranno più assistere, si spera, Solafa Magdy e suo marito Hossam al-Sayyad, rilasciati il 14 aprile all’alba dopo un anno e mezzo di prigione, Solafa a Qanater e Hossam a Tora. Una notizia che è stata accolta con grande gioia da tutta la comunità egiziana che si occupa di tutela dei diritti umani. A colpire sono state le immagini dell’abbraccio tra la coppia e il figlio Khaled. Della loro storia il Fatto si era occupato alcuni mesi fa raccontando l’odissea dei due giornalisti e dell’agonia del bambino. Le condizioni di salute Solafa Magdy, in particolare, erano peggiorate nell’ultimo periodo e gli appelli per la sua liberazione si erano ripetuti. Le buone notizie non finiscono qui.

E poi c’è la storia di Khaled Daoud, uno dei prigionieri ‘eccellenti’ messi a tacere dal regime. Noto politico – è stato a capo del partito di opposizione liberale al-Dostour – e giornalista, tra i dissidenti più accesi del presidente al-Sisi, Daoud era stato arrestato più di diciotto mesi fa, ad inizio ottobre del 2019, dopo una protesta antigovernativa. Improvvisa, come un fulmine a ciel sereno, lunedì pomeriggio è arrivata la notizia del rilascio: “Intorno alle 17 un funzionario di polizia ci ha informato che il pubblico ministero aveva deciso di liberarlo e a mezzanotte ha fatto regolare ritorno a casa. Nei suoi confronti non è stato attivato un altro caso giudiziario”, ha commentato l’avvocato e attivista Khaled Ali, in lizza per le ultime presidenziali del 2018 fino al giorno prima della scadenza della presentazione ufficiale della candidatura.

Nessuna buona notizia, invece, per Ayman Moussa, 26 anni, arrestato alla vigilia di Ferragosto del 2013 e condannato a 15 anni di carcere. È fortissima negli ultimi giorni la campagna social da parte delle organizzazioni per la tutela dei diritti umani, tesa a convincere il governo del Cairo a concedere la grazia al giovane, entrato in carcere quando non aveva ancora compiuto 18 anni. Moussa aveva partecipato alla manifestazione antiregime organizzata dalla Fratellanza Musulmana a piazza Nahda conclusa con scontri, vittime, feriti e una raffica di arresti. L’accusa nei suoi confronti, come per altre decine di persone, era stata di tentato omicidio, anche se non sono mai state presentate prove di un suo coinvolgimento diretto nel ferimento di alcun membro delle forze dell’ordine o militare. La legge egiziana consente al Capo dello Stato di emettere un provvedimento di grazia nei confronti dei detenuti che abbiano superato metà della detenzione ed è su questo che le ong stanno facendo pressione.

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