Chi non conosce Luca Serianni? Professore emerito della Sapienza, storico insigne della lingua italiana, autore di una Grammatica italiana di riferimento, ha da poco pubblicato per Laterza Il verso giusto: 100 poesie italiane (480 pagg., 25 euro), selezione commentata, da Giacomo da Lentini (nel Duecento) a Enrico Testa (2018).

Come ha scelto le poesie, professore?
C’è un criterio di gusto, che per larga parte coincide con quello comune: Dante, Petrarca ci devono essere, fanno parte della cultura di tutti. Per l’età contemporanea manca invece un canone stabilizzato: al Novecento ho riservato 26 brani, un quarto del totale, tralasciando però sperimentalismo e avanguardie.

Qualche altro esempio?
Ho privilegiato i poeti barocchi, sottovalutati, in realtà innovatori del linguaggio poetico; poi l’Arcadia, fenomeno culturalmente interessante anche per la significativa presenza femminile.

Cosa ha omesso?
Per il Novecento mancano autori come Camillo Sbarbaro, Mario Luzi, Giovanni Giudici… Hanno inciso anche le ragioni di spazio.

Non c’è neppure la poesia in dialetto.
Avrebbe richiesto un apparato di note cospicuo: e ciò avrebbe appesantito. Ho selezionato solo poesie in italiano.

A chi si rivolge il libro?
A un lettore-tipo, che ha un buon ricordo del liceo, ma vuole riprendere alcuni testi famosi e conoscerne qualcun altro. Ho cercato di fare note funzionali e di dare nel commento qualche notizia in più rispetto ad altri testi.

Il volume si può usare anche nelle scuole, no?
Sì, ma non mira a sostituire le antologie che già ci sono, di qualità molto elevata: quelle di Cesare Segre, Corrado Bologna, Claudio Giunta, ad esempio.

Lei dice che queste antologie vanno al di là delle possibilità d’apprendimento.
Dipende talvolta dal commento: si rivolge soprattutto al docente, che, certo, deve mediare; ma alla fine rimangono impegnative per gli studenti.

Cosa va dato nel commento?
Si devono esplicitare i riferimenti oscuri. Se Foscolo scrive di Faon la fanciulla, va spiegato che si tratta di Saffo. Per le spregiate crete di Parini va detto che sono i vasi da notte svuotati nelle pubbliche vie di Milano (ride).

Lei è storico della lingua…
Ho proposto alcune considerazioni sulla lingua del passato e quella di oggi. Nel 1717 Paolo Rolli scrive “ninfe” per dire “giovani donne”. Nel Settecento “ragazza” esisteva solo nel significato di “serva”; Parini fu il primo a usarla nell’accezione moderna. Parole oggi comuni, una volta non circolavano.

Lei accenna alla metrica: è importante studiarla? Si insegna nelle scuole?
È importante, ma la si insegna poco. Occorre favorire la memorizzazione di poesie adatte ai bambini: un esercizio che ci si ritrova quando si affronteranno testi più complessi.

Che poesie per i piccoli?
La vispa Teresa… gentil farfalletta non si usa più, è però una poesiola che dà conto di ritmo, linguaggio poetico, ordine delle parole: insomma, fa entrare nel meccanismo. In seguito occorre apprendere i metri principali, a partire dall’endecasillabo. I miei studenti di Lettere all’università avevano difficoltà a riconoscere i versi…

Ci illustra il rapporto fra poesia e sentimenti?
La poesia lirica nasce come effusione di sé: dunque ha un rapporto stretto con i sentimenti, pensi a Petrarca. Nella poesia del Novecento questa esplicitazione è più difficile perché il linguaggio muta.

Ossia?
Se devo riassumere Il Cinque Maggio, non ho dubbi: so perché Manzoni l’ha scritta, cosa voglia dire. La stessa operazione coi poeti del Novecento è complessa. Lasciano aperte varie strade, la lettura del sentimento è più indiretta. Una poesia di Elsa Morante, Addio, evoca la vicenda sentimentale della poetessa con un giovane pittore: ma lei ne parla come di un ragazzetto. È ambiguo: si può pensare a un figlio morto. Questo sentimento, intenso, lo comprendi solo se hai l’informazione biografica preliminare.

Qualche altro cenno sulle donne nel libro?
Gliene indico una: Faustina Maratti Zappi (1679-1745), con due sonetti. Nel primo tratta, con delicatezza infinita, un tema anche maschile: il dolore per la perdita di un figlio. Lo farà poi Carducci in Pianto antico.

Nel secondo?
Svolge un soggetto femminile: la gelosia. È solo un tema letterario: Faustina aveva ottimi rapporti col marito, poeta anch’egli; insieme tenevano un salotto letterario a Roma. Qui immagina una donna del passato, della quale il consorte sia ancora invaghito. Vorrebbe interrogare la rivale. Ma le chiede di tacere: meglio non sapere se lui l’ama ancora…

Non c’è gelosia al maschile?
Nella poesia amorosa maschile la donna è presentata come inattingibile, non preferisce un altro al poeta. Sarebbe una diminuzione del prestigio dell’uomo. Mi è sembrato interessante evidenziare anche quest’aspetto.

Nel libro manca la poesia per musica: Serafino Aquilano, Chiabrera, Boito…
Una scelta un po’ radicale. Non ho inserito neppure poesie comprese in testi teatrali, come il Coro di Ermengarda.

Nella prossima edizione magari ne include qualcuna…
(ride) Perché no? Ci pensiamo!

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