di Federica Pistono*

Nel panorama della narrativa araba tradotta in italiano, in questi primi mesi del 2021, spicca il romanzo di Jana Fawaz Elhassan Io, lei e le altre (MR Editori, 2021, trad. A. Kelany), in parte perché inaugura una collana dedicata interamente alle scrittrici arabe e all’universo femminile e in parte per la drammaticità delle tematiche affrontate.

Nel romanzo, ambientato in Libano ai nostri giorni, l’attenta introspezione psicologica si intreccia alla narrazione della violenza di genere. Una donna libanese racconta cosa significhi appartenere all’altra metà del cielo nel suo paese, narrando le difficoltà dei rapporti familiari, la brutalità fra le mura domestiche, le lotte per superare gli stereotipi, le sofferenze patite per conquistare una libertà e una serenità tutt’altro che scontate.

La protagonista, Sahar, vive una condizione di “sdoppiamento” a causa del senso di isolamento e distacco che prova nei confronti della propria famiglia. I genitori, rinchiusi ciascuno nella propria torre d’avorio, hanno innalzato nella vita dei figli una serie di barriere e muri psicologici che hanno spinto Sahar, sin dall’infanzia, a immaginare di essere un’altra persona, “un’altra io”. Il personaggio si crea, cioè, una seconda personalità, che porta con sé anche in età adulta. Per sfuggire alla solitudine, Sahar sposa Sami, sperando di trovare in lui l’affetto, la comprensione e la complicità che non ha mai conosciuto in seno alla propria famiglia. Ma l’uomo si rivela violento, e il desiderio d’amore annega nella brutalità.

Le continue percosse del marito spingono la protagonista a chiudersi in un nuovo isolamento psicologico, a ricorrere ancora all’altra “io”, come a un rifugio all’interno del quale nascondersi nei momenti di sconforto. La frantumazione del sé permette infatti a Sahar di soddisfare i bisogni esistenziali che, nella vita reale, non potrebbe esternare né rivendicare. Quando, però, il distacco tra questi due “io” paralleli diviene un abisso incolmabile, la protagonista rischia di sprofondare nella disperazione.

È proprio questa l’operazione più originale compiuta dalla scrittrice nell’opera, la raffigurazione, nitida e lucida, del contrasto tra la durezza della realtà e la fuga nel mondo dell’immaginazione. La vicenda non assume toni esotici e orientalisti, Jana Fawaz Elhassan non mette in scena veli né turbanti, al contrario racconta una storia vera e, in quanto tale, dolorosa, di violenza domestica, come quelle che, purtroppo, siamo fin troppo abituati a leggere sui giornali di tutto il mondo. Non ci troviamo neppure davanti alle confessioni di una Shaharazade contemporanea, dal momento che l’autrice non ha scritto un romanzo voyeuristico, anche se l’onanismo e i rapporti sessuali della protagonista con il suo amante sono esplicitamente descritti.

Si tratta dunque di un romanzo psicologico, di un’opera sicuramente innovativa nel panorama della letteratura araba contemporanea perché analizza, senza mai cadere nel patetico, le tragedie della protagonista e delle altre donne nella quotidiana ricerca di un modo per conciliare le proprie aspirazioni personali con quello che la società si aspetta da loro, con quello che gli altri, uomini e donne, cercano di imporre loro. Se la protagonista vive due vite parallele, tutti i personaggi che popolano il romanzo risultano, allo stesso modo, “sdoppiati”, come in un gioco di specchi, tra ciò che realmente sono e ciò che la società si aspetta che siano. È infatti questo il fulcro attorno al quale ruotano tutte le figure, maschili e femminili, del racconto: la ricerca della propria identità all’interno di una società che impone regole sociali e religiose accettate dai più, rifiutate soltanto da pochi disponibili a pagare un prezzo elevato.

L’autrice scruta l’anima del personaggio nelle sue contraddizioni e idiosincrasie, soprattutto nella necessità della protagonista di costruirsi un “io parallelo”. Sahar è dunque una donna che vive tanto all’interno come all’esterno degli schemi in cui la società la colloca e che, grazie alle capacità di analisi e sintesi del suo Io, riesce infine a situare ogni personaggio nell’esatta posizione che forma il puzzle della sua vita. Sullo sfondo di una Tripoli altrettanto sdoppiata, tra un glorioso passato millenario e un presente incerto, minacciato dal fondamentalismo, tutte le Sahar che la protagonista racchiude in sé comunicano, in definitiva, un messaggio di speranza.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba

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