di Federica Pistono*

Da più di un anno, ormai, ci siamo abituati a leggere resoconti relativi ai dati della pandemia in corso, conteggi di vittime, indici di contagiosità, notizie su guarigioni e vaccini. Sembra strano pensare che, oltre al Coronavirus, che da tanti mesi stravolge le nostre vite, possano esistere anche epidemie causate da altri agenti patogeni, in diverse zone del pianeta.

Eppure, al centro del romanzo Ebola ’76, dello scrittore sudanese di lingua araba Amir Tag Elsir (Atmosphere Libri, 2021) figura proprio una pandemia. Come il titolo suggerisce, il romanzo riporta il lettore all’anno 1976, quando il virus Ebola appare per la prima volta nel mondo. Il focolaio originario della malattia si manifesta, infatti, nello Zaire, ora Repubblica Democratica del Congo. Ben presto, l’epidemia dilaga fino alla città di Nzara, in Sudan. Se tanti lutti e disagi ha causato, nel mondo, il Coronavirus nel XXI secolo, quanto drammatico sarà l’impatto di una pandemia sull’Africa, a metà degli anni Settanta?

Protagonista del romanzo è Lewis, un operaio tessile sudanese che si reca in Congo dopo aver ricevuto la notizia della morte di Elaine, la donna con la quale ha vissuto una relazione extraconiugale. Quando torna in Sudan, porta il virus con sé, dopo averlo contratto a Kinshasa. Di ritorno a casa, infetta sua moglie, quindi i colleghi della fabbrica in cui lavora. Ben presto, il contagio si diffonde in città, irrefrenabile. Il fatiscente ospedale di Nzara, che può contare sulla presenza di soli due medici, diviene subito troppo piccolo per accogliere la moltitudine di ammalati, per i quali vengono allestiti rozzi giacigli in una delle piazze cittadine. Il personale sanitario non è sufficiente neppure ad assicurarsi che i malati siano realmente deceduti. Morti e moribondi si accatastano nelle fosse comuni.

L’opera non intende raccontare la storia di un personaggio, ma consiste in un intreccio di storie che si intersecano a livello personale e sociale, attraversando confini di diversa natura. Si tratta di confini fisici, sociali e geografici. I confini fisici sono quelli del corpo umano, attraversati dall’amore, dalla sensualità, ma soprattutto da Ebola, virus antropomorfizzato che, con la sua furbizia, la sua fame insaziabile di vittime e la sua perfidia, appare come il vero protagonista dell’opera. Ebola riesce ad abbattere i confini della mente dell’uomo, nel momento in cui il paziente, risvegliandosi sul letto di morte, perde l’autocontrollo, rivelando i segreti più intimi nel delirio della febbre. I confini sociali sono quelli che separano i quartieri in cui vivono i residenti europei dal resto della città.

Il terrore accomuna tutti, poveri e ricchi, sudanesi ed europei, ma, quando la quarantena impone alla popolazione il confinamento in casa, le preoccupazioni degli stranieri, nei loro complessi abitativi isolati e protetti, si rivelano frivole e banali rispetto allo strazio dei locali, travolti dalla furia dell’epidemia.

Vi sono poi i confini geografici, quelli che separano il Congo dal Sudan, attraversati da diversi personaggi, fra i quali Lewis, vettore dell’epidemia, il chitarrista congolese Ruwadi Monti, la sua assistente Darina, gli organizzatori del concerto del musicista. Una folla di profughi congolesi è ammassata lungo la frontiera tra i due Paesi, senza sapere che l’epidemia ha già varcato i confini. Il pericolo dell’infezione, il contagio, la morte, sono i fattori che legano tra loro le fila delle diverse vicende, connettendo le storie dei vari personaggi sui due lati della frontiera.

Non esiste solidarietà né sostegno reciproco, di fronte all’ecatombe. I personaggi non riescono a mettere da parte divergenze, rivalità, vecchi rancori. Si riscontra invece la tendenza di ciascuno a isolarsi, nel tentativo di salvarsi da solo. L’autore, dunque, dipinge un quadro estremamente realistico: l’empatia e l’altruismo sono nobili sentimenti, ma difficilmente si manifestano quando una società è colpita da una catastrofe di immani dimensioni. Se la vita è già tanto grama in tempi normali, può esserci spazio per la solidarietà e l’aiuto, ai tempi di Ebola?

Oltre a essere la storia di un’epidemia, il romanzo conduce il lettore lungo un itinerario che dal Congo si snoda in Sudan, sotto la guida di un narratore dallo sguardo acuto, al tempo stesso cinico e compassionevole, critico e tenero. I suoi personaggi sono catturati dalla realtà, uomini e donne attanagliati dalla povertà, vittime delle superstizioni, avvezzi alle tribolazioni ma non sconfitti.

Amir Tag Elsir affronta i temi dell’angoscia e della durezza della vita in una società oppressa dalla miseria, apparentemente dimenticata dalla modernità. Il Sudan: un Paese da scoprire attraverso la penna di uno dei suoi più brillanti scrittori.

* traduttrice ed esperta di letteratura araba

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