Festeggiare il bicentenario della Rivoluzione greca che sancì la fine del giogo ottomano può essere utile, oltre che per il ricordo storico, anche per analizzare geopoliticamente e finaziariamente le relazioni intercorse tra Europa e Grecia dal 1821 ad oggi: un’utile ginnastica al fine di mettere in risalto aspetti poco conosciuti ed approfonditi delle dinamiche euromediterranee, anche alla luce delle recenti vicende legate alla postura di Unione Europea, Usa e Turchia.

Per la prima volta, un popolo cristiano aveva ottenuto l’indipendenza dal dominio ottomano e stabilito uno Stato completamente indipendente, riconosciuto dall’Europa. La Grecia dopo i fatti del 1821 rappresentò in qualche misura una primizia nell’intera area continentale, per motivi non solo politici ma anche sociali, culturali e militari con una scomposizione di posizionamenti e influenze in due quadranti strategici come quelli che si incontrano nel mare nostrum: ovvero il quadrante euromediterraneo e quello mediorientale.

Il paese portava le cicatrici di un decennio di combattimenti e fu la finanza a farsi subito protagonista con la nascita della Commissione finanziaria internazionale d’inchiesta stimolata nel 1857 da Regno Unito, Francia e Russia: l’obiettivo era quello di comprendere le reali capacità della Grecia di ripagare il debito contratto nel 1833.

Dati alla mano la Grecia ha trascorso più della metà degli anni dal 1800 ad oggi in default: è come se un’auto avesse percorso la maggior parte della sua marcia con le gomme a terra, rallentandone drammaticamente il viaggio per via di una zavorra continua.

Analizzando i dati ufficiali emerge che le insolvenze greche sui debiti esterni erano cerchiate nel 1826, 1843, 1860, 1893, 1932. Una caratterizzazione, quella debitoria, che non ha permesso una completa libertà di azione e di movimento. Circa i prestiti che finanziarono il movimento per l’indipendenza ellenica è di tutta evidenza che avevano una motivazione di fondo incontrovertibile, anche se non va sottaciuto che molti intermediari a Londra videro ingrossare le proprie casse per quel passaggio dorato.

Ma in seguito la Grecia contrasse prestiti per ripagarne di vecchi, entrando a piedi uniti nelle sabbie mobili di un sistema che ha prodotto frutti amarissimi, perché non controbilanciato da politiche industriali adeguate che mettessero realmente a frutto quei denari e riformassero il paese in chiave moderna e funzionale. L’occidente, dunque, avviò una fase di tutoraggio economico-finanziario per un paese sconvolto dal clientelismo, dove le Olimpiadi del 1896 per quanto celebri e di rilevanza assoluta moltiplicarono il debito pubblico, così come accaduto ai Giochi Olimpici del 2004.

I negoziati con i rappresentanti dei creditori ovvero Regno Unito, Francia, Austria-Ungheria, Impero tedesco, Russia e Italia sfociarono in un memorandum datato 1898, che definì un mega prestito da 6 milioni di sterline, ovvero il 26,8% del Pil greco, garantito dalle stesse potenze, che Atene avrebbe dovuto utilizzare per pagare le riparazioni di guerra alla Turchia e per onorare debiti ristrutturati ai suoi creditori privati. Il progetto vide la regia della Germania per una serie di ragioni, economiche ma anche geopolitiche. E’ di tutta evidenza che accanto ad un debitore insolvente o reiterante c’è un creditore che vaglia lucrosamente strade alternative per rientrare della propria esposizione: strade che spesso oltrepassano l’interesse finanziario in sé e si spingono fino al limite dell’influenza politica, da esercitare in forme dirette o indirette per più o meno anni.

Cosa può essere ricordato di geopoliticamente significativo al di là del successo del 1821? Vorrei citare un evento del 1897, il primo scontro militare dei greci con i loro ex signori coloniali, i turchi, con cui i greci incociarono le lame nel Mediterraneo orientale per lo status di Creta. Il conflitto prese il nome di “sfortunata guerra” e attirò tutte le grandi potenze occidentali come l’Austria-Ungheria, la Francia, la Germania, l’Italia, i russi e gli inglesi che inviarono navi da guerra a Creta nel tentativo di mantenere la pace.

Sebbene in gran parte simpatizzanti per i greci, con l’eccezione dei tedeschi, ieri come oggi, le grandi potenze citate offrirono una soluzione diplomatica: Creta ottenne l’autonomia ma sotto la sovranità dell’Impero ottomano, con i turchi che controllavano le relazioni estere dell’isola, e il principe Giorgio di Grecia divenne l’alto commissario dell’isola. Nel 1913 la Grecia annessa formalmente l’isola.

Oggi in quel fazzoletto di acque si assiste ad uno scenario simile, con le potenze occidentali che lavorano per trovare un’altra soluzione a breve termine, per evitare uno scontro alimentato dalle pretese sul gas del governo di Istanbul mentre l’istituzione europea mostra incertezza ed ultra equilibrismo per non urtare le esigenze dei singoli, soprattutto di quelli che intendono dirigere le operazioni.

Il quadrante in questione, va ricordato, è altamente strategico perché è il luogo dove gli eventi che si susseguono hanno ripercussioni chirurgiche, tanto in Europa e in Medio Oriente. Oggi la Grecia si candida ad essere un nuovo faro puntato sul costone balcanico e un interlocutore atlantista nelle dinamiche euromediterranee prede delle ansie da Via della Seta perché via di transito di tre gasdotti (Tap, Tanap e Eastmed quando sarà ultimato).

Proprio in virtù di una rinnovata postura legata alla politica estera, è oggi possibile, 200 anni dopo quel curvone storico, far emergere questo nuovo status della Grecia, in considerazione degli scacchieri primari presenti in quella sterminata prateria di interessi ed equilibri che vanno da Gibilterra al Mar Nero.

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