ll distanziamento sociale, quello vero, lo avevamo ben prima del Covid – anche se quest’ultimo ci ha dato il colpo di grazia – e si chiama social network! I social network permettono il distanziamento fisico in barba a qualsiasi sia la situazione sanitaria presente, lo considerano un valore, d’altronde è il presupposto necessario al loro pieno sviluppo. Un distanziamento fisico agevola un distanziamento sociale, sottolineando però che sono due cose ben diverse.

Che i social network non siano la soluzione ad alcunché lo sanno in molti, almeno spero di non essere troppo ottimista al riguardo; quello che forse si sa meno è che sono quantomeno parte del problema. Essi hanno una capacità di amplificare qualsiasi fenomeno, indipendentemente dalla qualità di quel fenomeno e dall’interesse reale per la popolazione. Amplificano le notizie e i tratti caratteriali degli utenti, non sempre i migliori. Si vedono più selfie che ragionamenti dotati di senso, la sostanza che oggi crea maggiore dipendenza è il narcisismo ed è perfettamente legale, in grado di alterare profondamente i nostri equilibri psichici in livore e presunzione permanente. Posta et impera! Provate a togliere la possibilità di postare ad un postatore seriale e lo vedrete con ogni probabilità attraversare la più classica delle crisi di astinenza.

Chi sviluppa una dipendenza la nega finché non diventa un problema: in una società narcisistica la soglia di tolleranza per il narcisismo è di conseguenza parecchio alta. Vette inarrivabili di auto-compiacimento, di informazioni personali spazzatura, di fake news (dire “notizie false” non ha appunto lo stesso fascino) si mescolano a tentativi di dire qualcosa di sensato e ponderato su se stessi e gli avvenimenti importanti della vita di ciascuno, di tutelare una parte della propria privacy e di sviluppare un modo di informare più sobrio. Come per ogni maggioranza senza senso, si contrappone una minoranza che al senso delle cose ancora ci tiene.

Come sempre, se il coltello uccide invece di tagliare il pane, la colpa non è del coltello, ma di chi lo impugna, quindi non è lo strumento in sé quanto chi lo utilizza a fare la differenza, ma è anche vero che se do un coltello ad un serial killer o a un cuoco posso prevederne l’utilizzo che ne faranno con un certo margine di sicurezza. E la massa, a mio avviso, è proprio il serial killer (termine utilizzato in senso figurato, intendiamoci, non me ne vogliate a male). La massa è “in-distinzione”, nel social ci si distingue proprio perché aderenti all’omologazione.

Contrapposizione di idee sui social si traduce in lacerazione dei rapporti (molti dei quali virtuali). Togliere l’amicizia sul social è l’arma di chi rinuncia al dialogo (dopo qualche livoroso e offensivo scontro di solito, ma non sempre), sebbene in certi casi non è il dialogo che si vuole, ma solo l’adesione alle proprie idee che in quanto proprie si considerano le migliori.

Mi sono trovato ultimamente a chiedermi quanto del tempo sottratto alla scuola ai nostri ragazzi, nell’ultimo anno, sia stato poi da loro speso sui social in forma compensativa e la risposta che mi sono immaginato non mi ha rassicurato. Se già gli adulti di oggi lasciano spesso a desiderare nelle loro relazioni virtuali, seppure partono da un bagaglio di relazioni reali piuttosto importante, temo che gli adulti di domani ci riserveranno sorprese ben peggiori. Mi auguro, però, che qualcosa cambi, esacerbare alcuni aspetti umani potrebbe magari portare – non so dire come e non so dire quando -, a un sano “resettaggio”, potrebbe risvegliare le coscienze di alcuni, auguriamocelo. Progresso e alienazione li mettiamo insieme noi, non nascono dalla stessa gravidanza.

Vignetta di Pietro Vanessi

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