C’è stato un tempo in cui noi comunisti eravamo convinti che fosse stato il compagno Ivan a salvare il maggior numero di ebrei dalle camere a gas.

Poi arriva Deaglio con il suo libro La banalità del bene, e ci racconta la storia di un fascista che riesce a evitare che migliaia di ebrei vengano deportati. E lo fa dimostrando un’incredibile capacità di inventiva: nel 1944 si trova a Budapest e spacciandosi per un funzionario spagnolo e imbrogliando i nazisti tedeschi e ungheresi riesce a strappare loro persone che già si trovano sui treni della morte. Raccoglie ebrei in fuga, li nasconde in case sicure e nonostante non abbia denaro riesce a procurare loro cibo organizzando una rete clandestina di aiuti. Poi inizia a falsificare documenti e lasciapassare dell’ambasciata spagnola organizzando la fuga di queste persone. Riesce così a farli scappare.

E questo lo fa un fascista della prima ora, uno che è andato volontario a combattere in Spagna contro i repubblicani.

Non so se rendo l’idea dello shock che ebbe il libro di Deaglio su gente come me: ma come, i fascisti non sono tutti cattivi? Non sono tutti marci? Scoprire che le qualità migliori dell’essere umano possono trovarsi anche in un fascista era per noi inconcepibile! Ma come potevamo non credere a quello che aveva scritto il compagno Deaglio?

Immagina lo stupore, lo sconcerto, lo stravolgimento che provammo leggendo come Giorgio Perlasca riesce a strappare due ragazzini dalle mani dei nazisti: “C’era una fila che veniva avanti e in mezzo vidi due gemelli. Io avevo la Buik della legazione con tanto di bandiera spagnola sul parafango. Quei due ragazzi mi colpirono. Erano bruni, con i riccioli. Li presi dalla fila e li sbattei dentro la macchina. Gridavo “Queste due persone sono protette dal governo di Spagna!”. Si avvicinò un maggiore tedesco, che li voleva riprendere. Io lo fermai e gli dissi “Lei non può farlo! Questa macchina è territorio spagnolo!”. Lui estrasse la pistola e ci fu un parapiglia. Mi agitava la pistola sotto la faccia, e disse: “Mi renda quei due ragazzi, lei sta disturbando il mio lavoro”. Io gli dissi: “E lei, questo lo chiama lavoro?”. Arrivò un colonnello che con la mano fece segno al maggiore di desistere. Poi si voltò verso di me e mi disse, con calma: “Li tenga. Verrà il loro momento. Verrà anche per loro”. Così li tenemmo. Ce l’avevamo fatta. Quando i tedeschi si allontanarono, Wallenberg, sottovoce, mi fece: “Lei ha capito chi era quello?”. “No”, dissi io. “Quello è Eichmann“.

Credo che per Deaglio non sia stato facile scrivere questo libro. Ma lui con la sua aria di persona seria e distinta è sempre stato uno fuori dalle regole. Quando lavoravo al quotidiano Lotta Continua mi impressionava il modo pacato, gentile e molto efficace con il quale dirigeva quell’orda di estremisti.

Mi capitava di arrivare molto presto al giornale, superavo i compagni del servizio d’ordine che vigilavano alla porta, salivo la scala e mi trovavo nell’enorme open space della redazione, dove Deaglio era in una situazione piuttosto particolare: un compagno stava steso sopra un tavolo con la maglietta alzata mentre Enrico lo palpeggiava. Ma non era sesso. È che Deaglio è pure medico e prima di iniziare a impostare il quotidiano visitava i compagni, prescriveva accertamenti e medicine. Curava la gestione del quotidiano e pure la salute dei compagni. Gran brava persona!

Il suo libro ha avuto grande successo, ne hanno fatto anche un film. Ma evidentemente pochi hanno realmente capito la potenza rivoluzionaria del suo racconto uscito due anni prima del film Schindler’s List. Deaglio è riuscito a determinare una spaccatura nelle certezze, a ridisegnare il concetto di umanità ma pochi riescono a capirlo. Se non fosse così Deaglio sarebbe diventato ministro della cultura o della pubblica istruzione, filosofo di riferimento per i progressisti e sarebbe già sui libri di storia della filosofia.

Ma c’è un’altra opera colossale di Deaglio, Patria, la storia d’Italia dal 1967 al 2010, un lavoro pazzesco, nel quale dipinge eventi, cultura, mode con uno stile asciutto e incisivo, mezzo giornalista e mezzo poeta. Un racconto che ti restituisce più nitida la storia degli anni che hai vissuto, colpendoti con il continuo stupore dovuto alla scoperta di particolari fondamentali che ti erano sfuggiti nell’affastellarsi dei giorni.

Grande Deaglio!

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