L’attesa (non da tutti, per la verità…) partenza di uno strano Festival di Sanremo ai tempi del Coronavirus, per la prima volta senza pubblico nella sua storia settantennale, è l’occasione per fare il punto sull’odierna situazione del mondo della musica. Senza le spiritosaggini di Fiorello e i lustrini di Amadeus, ma con i dati alla mano.

Ci ha pensato Il Salvatori 2021, monumentale dizionario delle note, il cui autore, Dario Salvatori, è un notissimo critico musicale e conduttore di numerosi programmi tv. Oggi il dizionario esce con Iacobelli (Salvatori lo aveva realizzato con altri editori sin dal 2014). Questa edizione 2021 è una sorta di Mereghetti (il noto dizionario dei film dell’omonimo critico cinematografico del Corriere della Sera), ma in ambito musicale, collocandosi, però, in un particolarissimo momento storico del panorama mondiale della canzone, come ricorda l’autore nel prologo del libro che contiene e racconta oltre ventimila titoli della canzone mondiale: “Il mondo musicale, l’industria della musica e tutto ciò che gira intorno al settore della riproducibilità artistica non può fare a meno di tenere in considerazione i cambiamenti dovuti al devastante Covid”.

Eppure “prima di parlare di dati è doveroso capire che tipo di persone siamo. Anche perché viviamo in una circostanza inquietante, precaria. Forse epocale. Parliamo di un’industria che per prima è stata travolta e distrutta dal digitale”, “che ha attraversato una lunga e profonda fase di ristrutturazione” e che “ora si è lasciata alle spalle la crisi”. E che il Covid non ha devastato più di tanto quanto ad ascolti, piuttosto ha messo in crisi i concerti.

I dati: se è pur vero che “nel primo semestre del 2020 il mercato statunitense è cresciuto del 5,7%” e “quello italiano del 3,1%” è altrettanto vero che “si consuma più musica digitale e smaterializzata. L’85% dei 5,7 miliardi di dollari incassati dall’industria musicale americana è arrivato dallo streaming, dagli abbonamenti, dalle radio e dalle clip live. Soltanto il 7% per i supporti fisici, ovvero cd e vinile, il 6% dai download, decisamente in calo, e il 2% dalle sincronizzazioni”.

In definitiva “i prodotti fisici continuano a interessare sempre meno i consumatori” riguardo ai quali la Recording Industry Association of America (Riaa) “ha accertato il calo del 23%” rispetto al 2020. Ma “la vera notizia arriva dal mondo del vinile che ha superato il cd: 62% dei ricavi arriva proprio dai ‘dischi neri’, ovvero dai vecchi cari long playing. Anche se gli album con il foro raggiungono appena il 4%” del totale del mercato, erano trent’anni che il vinile non superava il cd!

Le proiezioni ci dicono poi che “in un futuro molto prossimo” il digitale raggiungerà il 90% del mercato annullando via via il supporto fisico. Il che vale anche per l’Italia dove “il digitale ha raggiunto l’85%”. E di questo 85%, l’80% è streaming (solo l’anno scorso era il 66%) mentre nella prima metà del 2020 il cd è crollato del 48%! Fa eccezione il Giappone dove il cd è ancora forte.

Certo siamo lontani dai livelli di certi collezionisti di vinile come il brasiliano Zero Freitas che, dal 1957 a oggi, ha raccolto un patrimonio di 20 milioni di pezzi fra 45 e 33 giri. Ma il fenomeno-vinile va comunque osservato con grande interesse. Per la felicità dei produttori di dischi in vinile, anche italiani, che sembravano scomparsi e oggi godono di una nuova primavera.

Naturalmente il dizionario di Salvatori non racconta di tutte le canzoni del mondo, sarebbe impossibile, ma certamente offre un panorama più che completo di quelle che hanno lasciato un segno. Ciò che più conta, comunque, sono i particolari della descrizione dei pezzi, gli aneddoti poco noti, le valutazioni musicali, le chicche sui concerti. Gli appassionati di musica non possono farne a meno e i super appassionati di note possono immergersi anche nella lettura di altri due recentissimi volumi, sempre Iacobelli, a tematiche musicali specifiche: Rai Stereo Notte di Giampiero Vigorito, sulla storia del programma notturno di Radio Rai che tanti nostri viaggi in auto a ore antelucane ha accompagnato e del quale dice Renzo Arbore: “È stata una palestra importante per i conduttori, i giornalisti e per chiunque volesse farsi strada nel mondo della musica”.

L’altro libro è Ascolta nel vento di Luciano Ceri, una discografia commentata sui Rokes, quelli di Shel Shapiro, uno dei gruppi britannici emigrati in Italia negli anni 60 che si sono sciolti ormai mezzo secolo fa e che cantavano in un italiano anglofono Bisogna saper perdere, Ma che colpa abbiamo noi (“noi” erano i giovani anti-sistema di allora, più hippie che contestatori…) o E la pioggia che va.

Sono andati tre volte a Sanremo (’67, l’anno del suicidio di Luigi Tenco, ’68 e ’69), ma – com’era prevedibile – non hanno mai vinto. Hanno persino realizzato, in stile hippie-californiano, un disco floreale profumato (nel vero senso del termine, lo si poteva odorare…): Cercate di abbracciare tutto il mondo come noi. Testi ingenui, oggi datati, che fanno tenerezza, ma altrettanto sinceri, che hanno segnato un’epoca di capelloni, chitarre a freccia e speranze, che oggi ci appaiono svanite: “Quante volte ci hanno detto, sorridendo tristemente, le speranze dei ragazzi sono fumo, sono stanchi di lottare e non credono più a niente, proprio adesso che la meta è qui vicino, ma noi che stiamo correndo avanzeremo di più, ma non vedete che il cielo ogni giorno diventa più blu..”.

Beh tanto più blu non è diventato… Guardatevi Sanremo in tv e ve ne renderete conto.

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