Il trionfo di Nomadland, Borat, The Crown e Laura Pausini. Ai Golden Globe 2021 contrassegnati dal Covid, dalle polemiche di genere, e da una linea streaming ballerina, la cantante romagnola piazza un acuto che fa il giro del mondo. Vince il Globe con il brano Io sì (Seen) nella categoria Miglior Canzone Originale dal film di Edoardo Ponti, La vita davanti a sé, e regala un entusiasmo in diretta Instagram che definire verace è dire poco. La vita davanti a sé, tra l’altro, in cinquina per il Miglior Film Straniero, si fa da parte per l’inatteso premio a Minari, film autobiografico del sudocoreano Lee Isaac Chung, a produzione (e set) statunitense (la indipendente A24), che batte il Due di Meneghetti, Another Round di Vinterberg e l’atipico horror La Llorona del guatemalteco Jayro Bustamante.

Ma andiamo con ordine perché se il buongiorno per gli Oscar si vede dai Globes, i due premi grossi (miglior film drammatico e regia) a Nomadland sembrano segnare con un pennarellino sottile sottile la già sofferta premiazione dell’Academy che si terrà il 25 aprile prossimo. Quello che è stato il Leone d’Oro di Venezia 2021 quindi sbanca i Globes. La regista Chloé Zhao si ritrova in un gioco più grande di lei forse più per mancanza di avversari che per forza propria. Ambientato in Nevada nel 2011, Nomadland è la storia di Fern (Frances McDormand), recente vedova, licenziata dal lavoro in una grande fabbrica, che sceglie di vivere in maniera itinerante in un furgoncino seguendo dapprima i dettami del guru Bob Wells poi sfiorando la vita di un uomo che la corteggia (David Strathairn). Cinema intimista, talmente rimpicciolito sull’anima della protagonista che il devastante sfondo macroeconomico, sociale, industriale che attornia la protagonista sembra quasi un fastidioso inciampo della storia.

Capita. Come capita che ai Globes vinca tra i film comici/musical un titolo come Borat 2 (o in originale: Borat Subsequent Moviefilm). Un exploit davvero buffo, che rincuora visto che Sacha Baron Cohen è un comico corrosivo e irriverente come pochi al mondo, ma che ha acquisito un lancio/zavorra anti Trump in vista delle presidenziali, perdute dall’uomo col ciuffo arancione, del novembre 2020. Borat 2 non ha la forza, l’energia e lo spirito di novità del primo capitolo, e difetta un pochino perfino in una regia più opaca che sembra più da instant movie/documentario che da classica fiction. Sacha Baron Cohen, tra l’altro, vince anche il premio come Miglior Attore di Commedia/musical, mentre il Miglior attore di film drammatico è l’afroamericano Daniel Kaluuya (Get Out) per Judas and the Black Messiah, superbo primo attore nei panni di Fred Hampton, leader delle Black Panther, tradito da un infiltrato agente dell’FBI. La miglior attrice è un simpatico ritorno di fiamma, ovvero Jodie Foster per The Mauritanian. L’oramai blasonata interprete hollywoodiana (quattro nomination e due Oscar come attrice protagonista, tra cui Il silenzio degli innocenti), batte Olivia Colman e Glenn Close, grazie al film di Kevin McDonald dove interpreta l’avvocato difensore di un tizio ingiustamente incarcerato per 14 anni nella prigione di Guantanamo.

Il premio come miglior sceneggiatura all’Aaron Sorkin per Il processo ai 7 di Chicago è forse il più logico e tradizionale in mezzo ad una penuria di scrittura probabilmente mai vista sugli schermi delle produzioni anglosassoni da parecchi anni. Sul piccolo schermo (sempre che nel 2020-21 si possa parlare di un dirimpettaio “grande”) fa incetta di Globe la sempiterna, anche se intramontabile e curatissima, serie The Crown sui reali d’Inghilterra: miglior serie drammatica, miglior attrice (Emma Corrin/Lady D.), attore (Josh O’Connor/principe Carlo) e miglior attrice non protagonista (Gillian Anderson nei panni di Margareth Thatcher). Altro telefonato trionfo è quello nelle mini serie drammatiche.

Vince infatti La regina degli scacchi con la sua efebica protagonista Anya Taylor-Joy. Rosicchia due buoni premi Schitt’s Creek (Miglior serie comica e Miglior attrice di una serie comica), una produzione canadese modello saga familiare contemporanea che mescola antiche paturnie cinefile e un po’ di crisi economica contemporanea con una certa grazia (è su Netflix); mentre si afferma uno dei più attivi protestatori del Black Lives Matter, ovvero il John Boyega di Star Wars, qui Miglior attore non protagonista in una serie tv per Small Axe. Insomma, un dominio di attori britannici (Kaluuya, Boyega, tra gli altri) su quelli statunitensi. Infine, la serata co-condotta da New York e Londra, di qua Tina Fey, di là Amy Poheler, modello split screen anni settanta, ha registrato una quantità di problemi di linea per i collegamenti con candidati di ogni settore che nemmeno all’epoca della connessione dei modem a 56k. Mentre la protesta è montata a ridosso della serata, proprio contro la Hollywood Foreign Press Association che organizza i Globe. Motivo? Non ci sono giornalisti di origine afroamericana a scegliere nomination e premi. Anche se, va detto, il palmares dei Globe 2021 sembra parecchio influenzato dal nuovo corso hollywoodiano della parità di genere, razziale, ed etnico. E non è detto che questo sia necessariamente un bene per la qualità dei film selezionati e vincitori.

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