Ventisei gennaio, un mese fa. Negli uffici del ministero dell’Economia ancora guidato da Roberto Gualtieri si lavorava alle bozze del decreto Ristori 5, ipotizzando che nonostante la crisi politica il provvedimento sulla ripartizione dei 32 miliardi di nuovo deficit autorizzato dal Parlamento potesse approdare sul tavolo del consiglio dei ministri la settimana successiva. Decidere sui nuovi aiuti per tutte le attività danneggiate dalle restrizioni anti contagio era urgente, si ragionava. Tanto che il provvedimento avrebbe potuto essere varato anche da un esecutivo in carica solo per gli affari correnti. Senza dimenticare che l’appuntamento per il via libera in Parlamento era inizialmente fissato per il 20 gennaio. Nelle ore successive, però, l’avvitarsi delle trattative con Matteo Renzi per un Conte ter aveva suggerito di attendere: inopportuno varare un intervento così “pesante” senza essere nel pieno delle funzioni. Poi la politica si è presa il suo spazio e molto tempo. E tra il mandato esplorativo di Roberto Fico (fatto fallire da Italia Viva) e le consultazioni di Mario Draghi, sono passate ancora tre settimane. Ora, dal giuramento del 13 febbraio, a più di dieci giorni dal giuramento del nuovo governo, il decreto è ancora in fase di preparazione.

La pandemia non segue i tempi della politica e nel frattempo molte attività sono rimaste chiuse o hanno continuato a funzionare solo parzialmente. Con i ristori in sospeso. Matteo Salvini lunedì incontrava i ristoratori promettendo massimo impegno per soluzioni rapide e certe da parte del governo di cui fa parte. Ma a Via XX Settembre, dove nel frattempo si è insediato Daniele Franco, non si fanno previsioni sui tempi. Anche se domenica 28 scade lo stop alle cartelle fiscali, la cui proroga dovrebbe rientrate nello stesso testo. E gli ultimi contributi a fondo perduto sono stati varati ormai a dicembre.

La messa a punto è complicata da un intreccio di fattori. Il primo è la recrudescenza del virus a causa delle varianti, che stanno imponendo nuove chiusure mirate a cui le Regioni hanno chiesto che si accompagnino contestuali ristori. Ma già lo schema che era stato abbozzato nelle ultime settimane di vita del Conte 2 prevedeva meccanismi di calcolo del tutto diversi da quelli adottati per i precedenti decreti, che hanno distribuito circa 10 miliardi in percentuale variabile rispetto al fatturato perso nell’aprile 2020 rispetto all’aprile 2019 e distinguendo le attività in base ai codici Ateco (sistema che ha escluso molte categorie). L’idea era quella di intervenire in modo più mirato, solo per gli operatori che nell’intero 2020 abbiano subito perdite di almeno il 33% e solo per coprire i costi fissi – affitti, utenze – non oggetto di altri aiuti, come si sta già facendo in Francia e Germania.

Una impostazione di fondo condivisa dal governo Draghi: il premier ha spiegato molto chiaramente che occorre scegliere quali attività “proteggere” e quali “accompagnare al cambiamento”: adottando il criterio dei costi fissi, è il ragionamento, chi ha un problema contingente di calo degli introiti starebbe a galla mentre le attività con bilanci deboli già prima del Covid dovrebbero reinventarsi. In più è probabile che una parte della “dote” sarà dedicata al turismo invernale fortemente penalizzato dalla decisione di prorogare lo stop agli impianti di sci comunicata a poche ore dalla riapertura. Il problema però è che questo nuovo schema richiede tempi molto più lunghi rispetto al precedente per passare dal varo del decreto ai versamenti sui conti correnti. I ristori per novembre e dicembre affidati all’Agenzia delle Entrate sono stati piuttosto rapidi perché gli accrediti partivano in automatico verso gli Iban delle attività che avevano già ricevuto i contributi in primavera. Cambiando i parametri si ripartirebbe da zero e tutti dovrebbero fare domanda, con inevitabile allungamento dell’iter.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il fatto che nel decreto devono trovare spazio anche molte altre misure: dai nuovi stanziamenti per la cassa integrazione e per la sanità – in particolare l’acquisto e la logistica dei vaccini e dei farmaci anti-Covid – a quelle che riguardano il fisco. Dalla proroga delle rate di pace fiscale e rottamazione ter all’ulteriore probabile rinvio della partenza delle cartelle esattoriali che altrimenti saranno inviate ai contribuenti a partire dall’1 marzo. Ed è proprio questa scadenza a suggerire che un intervento dovrà arrivare nei prossimi giorni. Ma su questo fronte c’è un’altra decisione da prendere: con il decreto Ristori 4 era stato creato un fondo da oltre 5 miliardi con cui concedere ad alcuni dei soggetti destinatari di sospensioni fiscali e contributive “l’esonero totale o parziale dalla ripresa dei versamenti”. Se il nuovo governo intende procedere sulla stessa strada, dovrà stabilire come selezionare le attività che si vedranno cancellare tout court le tasse dovute.

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