La Procura di Milano ha aperto anche un’indagine “fiscale” su Uber Eats, filiale italiana del colosso americano già finita in amministrazione giudiziaria per caporalato sui rider: sarà condotta dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza che dovrà verificare “se sia configurabile una stabile organizzazione occulta“. Non solo: a Uber ma anche Glovo-Foodinho, JustEat e Deliveroo sono stati notificati verbali in base ai quali oltre “60mila lavoratori” in tutta Italia dovranno essere assunti dalle aziende come “lavoratori coordinati e continuativi“, ossia passare da lavoratori autonomi e occasionali a parasubordinati. “Le conclusioni a cui siamo arrivati è che si tratta di un rapporto di lavoro subordinato“, ha spiegato il procuratore di Milano Francesco Greco durante la conferenza stampa convocata per fare il punto sulle indagini a tutela dei ciclofattorini che dal capoluogo lombardo si sono estese in tutta Italia. “Non si tratta più di dire che sono degli schiavi, sfruttati e sottopagati. Si tratta di cittadini a cui viene sottratta la possibilità di avere le tutele dovute e le garanzie per il loro futuro“. Sono indagate sei persone tra amministratori delegati, legali rappresentanti o delegati per la sicurezza di Uber Eats, Glovo-Foodinho, JustEat e Deliveroo per violazione degli obblighi in materia di sicurezza sul lavoro.

L’indagine e le testimonianze dei rider – A fine maggio 2020, dopo il commissariamento di Uber Italy, i carabinieri del Nucleo tutela del lavoro hanno sentito un migliaio di rider che lavorano per le principali piattaforme di food delivery per acquisire informazioni utili all’inchiesta ‘pilota’ della Procura di Milano sul fenomeno dei fattorini in bici, coordinata dal pool ambiente, salute, lavoro guidato dall’aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Maura Ripamonti. Il 3 marzo davanti alla Sezione misure di prevenzione riprenderà il procedimento sulla prosecuzione o meno del commissariamento. Per il momento gli amministratori giudiziari parlano di “percorso virtuoso intrapreso dal management”. In parallelo, è in fase di udienza preliminare davanti al gup Teresa De Pascale un procedimento che vede imputati anche Gloria Bresciani, all’epoca dei fatti manager di Uber Italy, oltre che i dirigenti delle sue società che gestivano i rider per conto del colosso delle consegne a domicilio. Nel frattempo l’inchiesta, con la collaborazione di Inail e Inps, si è estesa con un monitoraggio su tutta Italia per fotografare, attraverso la voce dei lavoratori, le modalità di svolgimento del servizio, i rapporti di lavoro e le forme di tutela garantite, sotto il profilo della sicurezza su strada, ma anche sanitaria.

“Sono sorvegliati da intelligenza artificiale” – “Non c’è più un capo reparto come una volta. I rider vengono guidati, sorvegliati, valutati attraverso l’intelligenza artificiale, da un programma informatico”, ha spiegato Greco nella conferenza stampa in cui è stato fatto il punto delle indagini sui “ciclofattorini” che dal capoluogo lombardo si sono estese in tutta Italia. Il procuratore ha citato il film di Ken Loach, Sorry we missed you, che propone uno spaccato del lavoro precario dei fattorini su due ruote. “Ci troviamo davanti a un sistema di organizzazione aziendale che funziona attraverso un intelligenza artificiale”, ha rimarcato. Si tratta del famigerato algoritmo con cui vengono assegnati i turni favorendo chi è sempre disponibile e addirittura penalizzando – almeno stando alla sentenza del Tribunale di Bologna su quello che veniva utilizzato da Deliveroo – chi si ammala o si assenta per sciopero.

Oltre 60mila dovranno essere inquadrati come cococo – L’esito sono i verbali di contestazioni notificati stamani alle quattro aziende, tra cui Just Eat che però aveva già annunciato l’intenzione di assumere con contratti stabili. Se le aziende non regolarizzeranno i rider con le garanzie previste dalla normativa, saranno sottoposte a “decreti ingiuntivi”. I verbali sono stati inviati perché, è stato chiarito, è stato “riscontrato all’atto pratico che c’erano le regolarizzazioni e le assunzioni” che andavano fatte in base al quadro normativo attuale. La legge in materia è quella approvata dal governo Conte 1, in base alla quale i fattorini cococo possono rivendicare per legge la retribuzione prevista dal contratto collettivo della logistica e trasporto merci, le coperture previdenziali, la malattia, le ferie, l’indennità di disoccupazione, i congedi e il Tfr mentre quelli inquadrati come autonomi non possono comunque essere pagati “in misura prevalente” in base alle consegne effettuate. Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano ha spiegato che sono “oltre 60mila” i rider in tutta Italia che dovranno essere inquadrati come “lavoratori coordinati e continuativi”. Su questo aspetto c’è anche una sentenza di Cassazione che impone di applicare loro le tutele del lavoro subordinato. “Noi non siamo in grado di stabilire quanto dovranno essere pagati i rider – ha chiarito il pm Maura Ripamonti – ma la cosa importante è che c’è il divieto di cottimo e i fattorini non potranno essere più pagati per ogni singola consegna“.

Le ammende per violazioni delle norme di sicurezza – In più, alle aziende sono state notificate “ammende” per oltre 733 milioni di euro per violazioni delle norme sulla sicurezza del lavoro dei ciclofattorini. “In tutta Italia – ha spiegato il comandante del Nucleo tutela lavoro dei carabinieri Antonino Bolognani – c’è una situazione di grave disagio, c’è pressione su questi lavoratori che devono fare consegne in determinati archi temporali”.

“Il problema dei rider – ha spiegato il procuratore Greco – è conosciuto e uguale in tutto mondo, ci sono sentenze dei tribunali spagnoli, australiani, ma è un tema trattato da un punto di vista giuridico in modo molto superficiale”. E ancora: “Per loro c’è un problema di pericolosità del lavoro, ci sono tanti rider a cui non vengono forniti mezzi adeguati, scarpe, e rischiano quando piove per l’usura delle gomme”. Greco ha anche rimarcato come in queste fasi di lockdown i rider svolgano “una funzione fondamentale” perché consegnano a casa dei cittadini il cibo e hanno permesso a “molte imprese di non chiudere”.

Assodelivery: “Sorpresi, valutiamo azioni” – Da parte sua Assodelivery – che riunisce Deliveroo, Glovo e Uber Eats – si dice “sorpresa”: “Stiamo analizzando e approfondendo i documenti che ci sono stati forniti e valuteremo ogni azione conseguente”. “L’online food delivery è un’industria che opera nel pieno rispetto delle regole, capace di garantire un servizio essenziale” si legge in una nota. “Le piattaforme – continuano – pur nelle specifiche differenze, hanno operato in questi anni nel rispetto delle normative vigenti, compreso l’inquadramento dei lavoratori e le normative in materia di sicurezza sul lavoro. Non concordiamo dunque con il quadro illustrato oggi. La pandemia ha dimostrato che il food delivery è un vero e proprio servizio essenziale. Nell’anno appena trascorso, che ha messo a dura prova il settore della ristorazione, questa industria ha prodotto decine di migliaia di occasioni di lavoro e rappresentato un supporto fondamentale per i ristoranti, per un valore di oltre 1 miliardo di euro di entrate”. Just Eat da parte sua precisa di aver “avviato approfondimenti interni per effettuare le verifiche necessarie”. “In questa direzione – spiega in una nota l’azienda -, il nuovo modello di business, già avviato, contribuirà a introdurre un sistema più sicuro, controllato e diretto con i nostri lavoratori, in quando dipendenti”. Deliveroo invece sottolinea di “non concordare” con il quadro che emerge dall’inchiesta: “I documenti trasmessi fanno riferimento a vecchi contratti: dal novembre 2020, infatti, i contratti dei rider che collaborano con Deliveroo sono disciplinati da nuovi contratti individuali che fanno riferimento al Ccnl Ride”.

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