Un “sistema per disperati” tra tenere sotto traccia e non raccontare all’esterno. Così definiva una manager di Uber Italy il metodo di reclutamento e le modalità di lavoro dei rider organizzate dalla stessa filiale italiana del gigante della gig economy. Il messaggio è riportato nell’avviso di conclusione delle indagini – che riguarda dieci tra persone e società – nel quale il pm di Milano Paolo Storari, al termine dell’inchiesta del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza, scrive che i ciclofattorini, addetti alla consegna di cibo e bevande nelle case dei clienti, “venivano sottoposti a condizioni di lavoro degradanti, con un regime di sopraffazione retributivo e trattamentale, come riconosciuto dagli stessi dipendenti Uber”, che il 29 maggio è stata commissariata dal Tribunale di Milano per caporalato con un provvedimento senza precedenti.

“I panni sporchi si lavano in casa” – È l’8 febbraio 2019 e con in mano un telefono c’è Gloria Bresciani, dall’altra parte una dipendente di Uber: “Ti prego davanti a un esterno non dire mai più ‘abbiamo creato un sistema per disperati‘. Anche se lo pensi, i panni sporchi vanno lavati in casa e non fuori”, scrive la manager. “Gloria mi esprimo così con Danilo perché è Danilo che si esprime così con me e c’è una relazione”, risponde il dipendente. I rider, si legge nell’avviso di chiusura indagini, erano “pagati a cottimo 3 euro a consegna”, “derubati” delle mance e “puniti”. Stralciata la posizione di Uber Italy, indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa e che il 22 ottobre dovrà affrontare un’udienza alla Sezione misure di prevenzione davanti al collegio presieduto da Fabio Roia, per la discussione sul provvedimento di commissariamento. “Negli ultimi mesi abbiamo lavorato a stretto contatto con l’amministratore giudiziario per rivedere e rafforzare ulteriormente i nostri processi – scrive Uber in una nota – Continueremo a collaborare con le autorità e a combattere tutte le forme di intermediazione illegale”.

In 4 accusati di caporalato – Bresciani, difesa dall’avvocato Cesare Bulgheroni, è accusata di caporalato in concorso con Giuseppe e Leonardo Moltini e Danilo Donnini, responsabili delle società di intermediazione Frc e Flash Road City (la Frc è indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa). I quattro, scrive il pm, “in concorso tra loro e con altre persone non identificate utilizzavano, impiegavano e reclutavano riders incaricati di trasportare a domicilio prodotti alimentari, assumendoli presso le imprese Flash Road City e FRC srl, per poi destinarli al lavoro presso il gruppo Uber in condizioni di sfruttamento”. Avrebbero approfittato “dello stato di bisogno dei lavoratori, migranti richiedenti asilo, dimoranti presso centri di accoglienza straordinaria e provenienti da zone conflittuali (Mali, Nigeria, Costa d’Avorio, Gambia, Guinea, Pakistan, Bangladesh) e pertanto in condizione di estrema vulnerabilità e isolamento sociale”.

Rider “puniti” con “decurtazioni arbitrarie” – In particolare, i lavoratori venivano “pagati a cottimo 3 euro a consegna , indipendentemente dalla distanza da percorrere (ritiro presso il ristoratore e consegna finale al cliente), dal tempo atmosferico, dalla fascia oraria (diurna/ notturna e giorni festivi) e pertanto in modo sproporzionato rispetto alla quantità e qualità del lavoro prestato”. Venivano anche “‘derubati’ delle mance” che i clienti “lasciavano spontaneamente ai riders quale attestazione della bontà del servizio svolto”. E ancora “puniti” attraverso “una arbitraria decurtazione (cosiddetto malus) del compenso pattuito, qualora i riders non si fossero attenuti alle disposizioni impartite”. Nell’atto la procura ha riportato anche un “prospetto” per mostrare la paga settimanale rapportata alle ore lavorate per alcuni rider. Uno di loro, ad esempio, per una settimana di lavoro a maggio per un totale di “68 ore” di consegne aveva incassato soltanto “179,50” euro e aveva subito un “malus”, ossia una decurtazione di 24,50 euro.

Blocco account e ritenute d’acconto non versate – I rider, si legge nell’atto di chiusura indagini, venivano anche “sanzionati attraverso la arbitraria sospensione dei pagamenti dovuti a fronte di asserite mancanze lavorative”. E gli venivano tolte anche le “ritenute d’acconto che venivano operate , ma non versate”. In più, venivano anche “estromessi arbitrariamente dal circuito lavorativo di Uber attraverso il blocco dell’account a fronte di asserite mancanze lavorative”. Ad alcuni indagati, tra l’altro, vengono contestate dal pm una serie di violazioni fiscali per condotte di evasione attraverso, in particolare, false fatture. Ad un indagato viene contestata anche un’ipotesi di favoreggiamento perché assieme a Giuseppe Moltini avrebbe depositato circa 305mila euro, ritenuti “profitto” di caporalato e frode fiscale, “all’interno di una cassetta di sicurezza” di una banca. E poi avrebbero svuotato “il contenuto della cassetta di sicurezza” e messo “il denaro nel baule” di un’auto.

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