“Desgarro”, lacerazione. È questo il sostantivo più ricorrente sulla stampa spagnola nell’analisi della situazione politica in Catalogna.

Quelle celebrate poche ore fa sono le quarte elezioni regionali negli ultimi otto anni. La lacerazione è la causa, l’instabilità l’effetto. Al centro rimane la questione dell’indipendenza, irrisolta anche dopo questa nuova tornata elettorale nel pieno della pandemia.

È dal 2012 che la politica è bloccata, tutto ruota intorno ad un solo tema: il separatismo.

La desconexión da Madrid è stata il leit motiv di ogni azione quotidiana della politica regionale, le polemiche sulla figura del Re, le petizioni per una svolta repubblicana, la convocazione di un referendum fuori dalle regole per una Dichiarazione unilaterale di indipendenza. Poi i malumori che seguono gli interventi del Tribunale Costituzionale diretti a riportare le azioni politiche nell’alveo della legalità. E ancora le accuse di repressioni dello Stato in fase di contrasto alla consultazione referendaria, le condanne penali dei leader separatisti, l’eterna discussione sul possibile indulto. Si potrebbe continuare con l’utilizzo di simboli partitici sui palazzi istituzionali e sulla interdizione di presidenti in carica della Generalitat.

Un circolo vizioso che si ripete con puntualità, è quella che tanti analisi definiscono come ladécada perdida. Intanto le imprese catalane sono in fuga, le multinazionali arretrano di fronte all’avanzata della instabilità, e in questo quadro sconfortante poco aiuta la politicizzazione della potente Camera di commercio di Barcellona orientata, nei suoi vertici, verso un separatismo che poco collima con la naturale propensione europea della regione. Non meraviglia che la regione di Madrid abbia guadagnato in termini di Pil (rappresenta il 19,3% del Prodotto nazionale) superando regolarmente, negli ultimi tre anni, Barcellona, un tempo motore del paese e ora con l’economia in calo (solo il 19% del Pil statuale).

La società catalana rimane ferma – distante dal dinamismo che la distingueva – e divisa, cristallizzata com’è in due blocchi contrapposti, da una parte la destra ‘costituzionalista’, con la formazione liberale Ciudadanos che qualche tempo fa erodeva voti al Partido Popular, oggi è l’ultradestra di Vox ad acquisire forti consensi sbandierando la centralità dello Stato a scapito dell’autonomismo regionale. Dall’altra il separatismo, solido sulle sue posizioni, incentrato sull’asse formato da Junts di Carles Puigdemont, il leader rifugiatosi in Belgio per evitare il carcere, ed Esquerra Republicana.

Al centro i vincitori, i socialisti di Salvador Illa, già ministro della Salute durante la crisi epidemiologica. È nella regione di Barcellona, più aperta verso l’esterno, che il Partit dels Socialistes de Catalunya raccoglie ampi consensi, primi nei voti (con il 23%, 33 seggi, 16 in più che nell’ultima legislatura) ma senza maggioranza. E’ invece nelle province di Girona, Lérida e Tarragona che il separatismo ha costruito i suoi fortini elettorali, da lì arriva la spinta per una maggioranza indipendentista che aprirà una nuova stagione di incertezza e contrapposizione.

L’immagine internazionale è compromessa. Basti pensare che nel corso della missione in Russia del catalano Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, non appena si è posto l’accento sulla “questione Navalny” e sulla libertà di espressione di coloro che manifestano contro l’oligarchia putiniana, lo scaltro ministro degli Esteri Sergej Lavrov ha replicato a muso duro che l’intervento delle forze dell’ordine di Mosca è nulla rispetto alla “repressione” operata da Madrid in Catalogna.

Borrell, da sempre in prima linea contro le aspirazioni nazionaliste della sua regione, ha sgranato gli occhi, dovendo però incassare, visibilmente contrariato.

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