Detesto da sempre le beatificazioni politiche (inclusa quella recentissima di san Mario Draghi e del suo ricchissimo e meritatissimo curriculum) e ho sempre diffidato degli unti dal Signore, dei salvatori della patria, dei santoni e dei taumaturghi. Semmai credo ancora nei collettivi pensanti e nel frutto del loro pensiero. Purtroppo, invece, la politica italiana da parecchi anni si basa su pochi singoli leader “portatori” di tutto e su platee di yes-men e yes-women, pronti a cliccare like (online e offline). Mentre quei, collettivi in grado di mettere in movimento i neuroni, sono quasi estinti.

Voglio restare nel mio giro – quello della cultura di sinistra, che bazzico da 50 anni – per farmi capire. Ammettiamolo: una volta – almeno fino agli anni Ottanta – la sinistra era logorroica. Si discuteva continuamente: in riunioni immerse nel fumo, sezioni, direttivi, riviste, circoli, assemblee, volantini, tazebao, feste e collettivi (a colpi di “Nella misura in cui” e “Nell’ottica”).

I lunghissimi e densissimi resoconti sull’Unità dei dibattiti nel comitato centrale del Pci erano in grado di tramortire, ma almeno si capiva decentemente quali erano le opinioni di ciascuno. La pubblicazione e la diffusione delle tesi precongressuali del partito offrivano a chiunque l’occasione per capire quale fosse la posta in gioco. La lettura di periodici come Rinascita, Mondoperaio, Critica marxista, Critica sociale e altri era un po’ pallosa ma apriva orizzonti. C’erano decine di pubblicazioni leggibili e, soprattutto, lette: dall’Avanti all’Unità (500mila copie vendute in media ancora all’inizio degli anni Ottanta), dal Manifesto (che ha mantenuto una sua coerenza) fino a mensili come Linus, per citarne alcuni.

Oggi il web offre spazi infiniti, però sono pieni di fuffa e frasi fatte, super banali (magari con insulto e incitamento alla rissa o all’odio inclusi) o comprensibili da pochi eletti (in questo caso, non è un modo di dire). L’Unità, dopo tante disavventure, qualche anno fa è stata trasformata da tal Matteo Renzi in uno zerbino, cosicché non la leggeva neppure lui; infatti non c’è più. E ora la maggior parte dei dirigenti politici si stressa se deve esprimere un concetto più lungo delle 140 stitiche battute offerte da Twitter.

Certamente la volatilità del pensiero non è oggigiorno soltanto una prerogativa dei politici “di sinistra“, né soltanto del mondo politico. Tuttavia mi addolora questa enorme emorragia di ideali e progettualità: ha svuotato di contenuti un mondo in cui ho investito molto (e dove teoricamente vorrei investire ancora), capace un tempo di ottenere veri consensi basati su ragionamenti, pur tra tanti umanissimi errori, contraddizioni e limiti.

Cosicché oggi ho nostalgia della vecchia sinistra “logorroica”, dei “Nella misura in cui”, dei “Leggi e diffondi l’Unità“; mi mancano persino le stanze piene di fumo, i volantinaggi davanti alle fonderie pavesi (ho frequentato l’università lì) alle 5 del mattino e i manifesti incollati sui muri nelle notti nebbiose, girando con un secchio pieno di colla.

Quel mondo e quello spirito non possono tornare tali e quali, ovviamente; però tra un torrente di pensieri e la stitica emissione di un tweet deve esserci per forza una via di mezzo. Intanto assistiamo all’avvento – inevitabile – dell’era di “Super Mario”, che svela il fallimento dei partiti: tutti, chi più chi meno. Eppure una “politica pensata” – a sinistra e anche a destra – farebbe bene all’Italia e, in fondo, farebbe piacere pure al novello San Draghi: mica potrà pensare pensare a tutto lui, d’ora in poi.

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