I vertici societari arrestati e fuorigioco, i conti bancari ‘congelati’ e adesso, improvvisamente, anche sfrattati dal proprietario del fondo dove era situata la sede dell’organizzazione. Al posto loro, come nuovi inquilini, i membri di un movimento politico giovanile nato con la benedizione del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Non c’è pace per l’Iniziativa egiziana per i diritti personali (Eipr), l’organizzazione del Cairo che si occupa di diritti umani finita nel mirino del regime egiziano. La stessa con cui per anni ha collaborato Patrick Zaki, lo studente arrestato il 7 febbraio 2020 di rientro al Cairo da Bologna e da allora in cella.

L’ultimo attacco ha del paradossale. Il proprietario della sede di Garden City, all’interno di un elegante palazzo nelle vicinanze dell’ambasciata italiana, a due passi dalla Corniche del Nilo, ha deciso di non rinnovare il contratto di affitto alla ong scaduto il 31 gennaio scorso. Da quel giorno l’Eipr è alla ricerca di una nuova sede, cosa tutt’altro che agevole. A mettersi di traverso, in particolare, i complessi vincoli finanziari a cui l’organizzazione è stata costretta dalle autorità giudiziarie egiziane dopo la raffica di arresti del novembre scorso: “Siamo ancora in trattativa con la Banca Centrale e la Banca Africana per revocare il congelamento dei nostri conti bancari, quelli dell’organizzazione e dei suoi membri direttivi, compreso il sottoscritto – ammette Hossam Bahgat, ex presidente onorario e da dicembre direttore dell’organizzazione visti gli arresti che hanno colpito i vertici societari da parte della National Security (Nsa, ndr) – Da quando il padrone di casa ci ha comunicato la sua volontà di farci uscire da quell’appartamento, due mesi fa, abbiamo fatto di tutto per tornare in possesso delle nostre fonti di reddito, assolvendo ad una miriade di pratiche burocratiche e negoziazioni. Per ora inutilmente. Stiamo cercando di trovare una soluzione in tempi rapidi perché l’Eipr ha bisogno di una sede fisica, in centro al Cairo, dove incontrare i nostri clienti”.

I tempi della comunicazione dello sfratto sono più che sospetti. Il proprietario lo ha fatto a inizio dicembre, pochi giorni dopo l’arresto del direttore esecutivo dell’Eipr, Gasser Abdel Razek il 20 novembre scorso. Nei giorni precedenti era toccato ad altri due funzionari dirigenziali della ong, Mohamed Bashir e Karim Ennarah, finire in cella dopo altrettanti blitz da parte delle forze di sicurezza. La retata ha suscitato scalpore e aveva fatto seguito a un incontro, con argomento centrale i diritti umani, avvenuto ad inizio novembre proprio nella sede di Garden City alla presenza delle rappresentanze diplomatiche di una dozzina di Paesi, tra cui il nostro Ambasciatore, Giampaolo Cantini.

A dicembre, dopo l’annuncio che l’Eipr sarebbe stata buttata fuori da quel locale alla scadenza del contratto, Abdel Razek, Ennarah e Bashir sono stati rilasciati, ma da allora non sono rientrati al lavoro a causa di un provvedimento restrittivo. Da qui la necessità da parte di Eipr di rivedere l’organigramma societario. Adesso l’ennesima, odiosa tegola. Specie se si analizza la natura del nuovo inquilino di quelle mura dove dal 2014 si sono difesi i diritti di centinaia di persone e dove Zaki ha lavorato occupandosi di questioni di genere. Nel 2018, su impulso dello stesso al-Sisi, è nato un movimento politico giovanile che si rifà ai valori dei gruppi parlamentari che sostengono il presidente dell’Egitto. Il quartier generale del gruppo, forse una coincidenza, è stato organizzato nello stesso edificio di Garden City dell’Eipr, addirittura nello stesso pianerottolo. Dopo quanto accaduto, il movimento ha chiesto di allargarsi e il proprietario dell’appartamento, questa non è una coincidenza invece, ha prima buttato fuori la sede della ong di Zaki per poi affittarla ai politici in erba fedeli al regime: “Siamo senza sede e con i conti congelati, ma la nostra organizzazione non molla, presto risolveremo i nostri problemi”, è il commento fiducioso di Hossam Bahgat.

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