Negli ultimi anni sono stati chiamati con i nomi più vari: nomadi, slavi, zingari, rom, caminanti. Sono i circa 40.000 cittadini dell’ex Jugoslavia scappati dalla guerra civile che ha sconvolto negli anni Novanta l’intera area balcanica e che hanno trovato rifugio nelle periferie delle metropoli italiane sotto una tenda o dentro una roulotte. Identificati impropriamente come “figli del vento”, protagonisti di una migrazione volontaria legata una cultura nomade, trent’anni fa hanno iniziato l’accoglienza in riserve etniche appositamente realizzate per loro e denominate “campi nomadi”, poi “campi sosta” e infine “villaggi attrezzati”.

Secondo l’ultimo Rapporto annuale di Associazione 21 luglio sono 5.300 i rom originari dell’ex Jugoslavia presenti in insediamenti formali realizzati dalle Amministrazione comunali. Altri duemila, originari della Bosnia, del Montenegro e della Serbia, risiedono in alcuni campi informali del sud Italia, soprattutto nell’area napoletana.

Per molti di loro, una volta lasciate le abitazioni in fiamme, è risultato estremamente difficile sanare la situazione giuridica partendo dalla ricostruzione del proprio status civitatis. La cancellazione anagrafica disposta dal Paese di provenienza e l’impossibilità di ottenere un permesso di soggiorno italiano li ha fatti piombare in una sorta di limbo giuridico che si è tradotto, negli anni, in una condizione di apolidia de facto senza alcun tipo di riconoscimento, diventando così cittadini invisibili, fantasmi urbani che tramandano di padre in figlio tale condizione. Persone senza diritti perché inesistenti per lo Stato.

Tanto invisibili che anche il loro numero è rimasto nell’ombra e la problematica mai affrontata con cognizione di causa. Nel 2008, secondo una ricerca prodotta dall’Ispo, sembrerebbe registrarsi in Italia “una fascia di almeno 20-25mila giovani rom soprattutto dell’ex Jugoslavia che non hanno cittadinanza: non sono stati riconosciuti nei Paesi di origine, parlano solo italiano e romanès e sono senza documenti”.

Tre anni dopo fu la Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato ad indicare altre cifre relative alla condizione che “riguarda i minori, figli (e sempre più spesso nipoti) di rom provenienti da quella che fu la Jugoslavia: si può stimare che si tratti di circa 15.000 giovani. Nati e cresciuti nel nostro Paese, non ne hanno ottenuto la cittadinanza e si trovano in uno status giuridico molto particolare. Il problema principale è legato alla cittadinanza e di conseguenza è relativo al documento di identità”.

Questa forbice numerica – che ha come riferimento tra i 15.000 e i 25.000 minori privi di documenti – ha creato nell’ultimo decennio un forte allarme. Diverse sono state le misure adottate: la presentazione di disegni di legge concernenti la procedura per il riconoscimento dello status di apolidia; l’adozione di progetti finanziati per promuovere l’accesso di queste persone ad uno status legale; la costituzione di Tavoli e Gruppi di lavoro permanenti anche in seno alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Tutto nasce da numeri non ancorati ad una fonte e probabilmente ancora una volta, come troppo spesso accade in questo ambito, generati più da percezioni che da analisi scientifiche. Nei giorni scorsi, per colmare questo gap conoscitivo, Associazione 21 luglio ha presentato un’indagine che è partita da un campione rappresentato dal 36,5% del totale di cittadini dell’ex Jugoslavia presenti nei “campi rom” italiani. Per raccogliere i dati sono state incontrate 2.666 persone e visitati 17 insediamenti in 8 Comuni italiani.

Alla luce dei risultati si riesce finalmente per la prima volta ad avere un quadro più chiaro della situazione, che proiettato sul totale consente di affermare che le persone originarie dell’ex Jugoslavia e a rischio apolidia, perché prive di passaporto e di permesso di soggiorno, residenti nei “campi rom” italiani siano circa 860. Di essi poco meno di 500 (e non 15-25.000!) dovrebbero essere rappresentati da minori. Un numero davvero esiguo, quasi ridicolo rispetto a quello utilizzato nel passato.

Ancora una volta, in un ambito nel quale la conoscenza è spesso fondata sulle percezioni e valutazioni compiute a tavolino, dati certi, certificati sul campo, consentono di leggere il fenomeno senza sfocature. Si tratta di un numero davvero basso rispetto a quanto sino ad ora riportato anche in documenti governativi, che consentirebbe l’attivazione di politiche diverse da quelle sinora impiegate. E, di conseguenza, un impiego differente di azioni e di fondi per la risoluzione della problematica.

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