“La decisione del tribunale sulla detenzione di Patrick dovrebbe essere emessa domani. Vorremmo sottolineare che Patrick è tuttora in aula, da più di 10 ore, e non ha potuto mangiare, bere o usare il bagno”. Attorno alle 22 di ieri, domenica 17 gennaio, un post pubblicato sulla pagina Facebook ‘Patrick Libero’ lascia tutti sgomenti. La sorte di Patrick Zaki rinviata, il suo destino resta appeso al volere del regime di Abdel Fattah al-Sisi. È stata una domenica infinita e dolorosa per lo studente 28enne, per la sua famiglia e per chi ha conosciuto e condiviso un pezzo di vita e di strada con lui. Per la prima volta in maniera così ostinata, le autorità giudiziarie della State Security Prosecution sembrano essersi volute accanire nei confronti dello studente egiziano arrestato il 7 febbraio 2020 all’aeroporto del Cairo di rientro da Bologna, dove aveva terminato il primo ciclo di studi del programma Erasmus.

Nella tarda mattinata di domenica, Zaki è stato trasferito dalla sua cella della sezione Scorpio II del carcere di Tora nell’aula bunker del complesso trasformato in palazzo di giustizia dedicato ai casi di terrorismo e dei detenuti per reati politici e di coscienza. I due plessi distano 600 metri a piedi l’uno dall’altro. La sessione per il rinnovo della detenzione dell’ex ricercatore dell’Eipr, una ong del Cairo, com’era già accaduto altre volte in passato per lui e per altri detenuti, è andata in scena alla presenza di una delegazione di rappresentanti dell’Unione Europea, dei Paesi Bassi, della Francia e del Canada. Presente, sarebbe stato strano il contrario, anche un rappresentante della nostra sede diplomatica della capitale egiziana.

Stando a quanto riferito dai suoi legali, Patrick Zaki avrebbe risposto ad alcune domande avanzate dalla corte dopo aver ascoltato l’arringa difensiva della sua legale. L’udienza poi è terminata, ma Zaki è rimasto all’interno dell’aula nei piani inferiori dell’edificio che un tempo ospitava l’istituto dei cadetti di polizia, luogo noto per le torture che vi si svolgevano prima che al-Sisi decise di trasformarlo in un palazzo di giustizia speciale. Il peggio doveva ancora venire e a riferirne alcuni particolari sono stati i suoi avvocati: “Patrick si trova in condizioni disumane nonostante la sua sessione sia finita, ma è costretto ad aspettare fino alla fine di tutte le sessioni della giornata in tribunale per tornare al suo luogo di detenzione”.

E oggi, nella mattina di lunedì 18 gennaio, potrebbe arrivare la beffa dell’ennesimo rinvio per altri 45 giorni, periodo che allungherebbe la carcerazione preventiva di Zaki oltre il 7 febbraio prossimo, una data simbolica molto importante: il primo anniversario dal suo arresto con assurde accuse di terrorismo. L’udienza di domenica segue di pochi giorni la notizia del demansionamento del generale Tareq Saber da vertice della National Security Agency a funzionario di un altro settore meno operativo. Saber è uno dei quattro pezzi della Nsa finito nell’inchiesta chiusa dalla procura romana sul caso Regeni. Da anni era ritenuto in pensione, ma da quanto scritto il mese scorso da Il Fatto Quotidiano il generale era ancora saldamente al suo posto e tra i vari incarichi aveva coordinato il blitz di novembre proprio nella sede dell’Eipr e l’arresto dei suoi vertici.

Nel giorno dell’accanimento nei confronti di Patrick Zaki, dal Cairo arrivano notizie positive per la sorte di tre giovani donne arrestate dal regime egiziano. Per una di loro, Nazli Mustafa, figlia di una nota artista, l’incubo sembra definitivamente alle spalle con il ritorno a casa. La giovane era finita in carcere dopo aver testimoniato, l’estate scorsa, in un episodio di stupro di massa, il caso del Fairmont Hotel, avvenuto alcuni anni fa e che tanto scalpore ha suscitato in Egitto. In cella aveva anche tentato il suicidio. Le altre due donne in questione sono la giornalista e ricercatrice Shaima Sami, in prigione dal maggio scorso, e l’attivista e anima della rivolta di piazza Tahrir di dieci anni fa Nermin Hussein, arrestata nell’agosto del 2018. Domenica il Tribunale penale del Cairo ha deciso di rilasciare le due donne coinvolte nel caso 535 costruito dalla Procura suprema per la sicurezza di Stato. Il timore adesso è che la stessa procura possa fare appello o inserire le due in un altro fascicolo penale, come già purtroppo accaduto più volte in Egitto in questi anni.

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