La cosa peggiore che si possa fare di fronte ai tragici e inquietanti avvenimenti di Washington è sottovalutare la portata dell’accaduto parlando, come qualcuno si ostina a fare di “farsa”, “pagliacciata” o simili. A parte taluni aspetti indubbiamente folkloristici, tipo il giovinotto cornuto e impiastricciato coi colori di guerra, e invece meno tali, come i quattro morti che si sono avuti nel corso delle sparatorie all’interno del Campidoglio, ci troviamo con ogni evidenza di fronte a un gravissimo sintomo di crisi di una democrazia di antica tradizione, la prima, in tempi moderni, dell’emisfero occidentale e forse del pianeta intero.

Gravissime sono le responsabilità di Donald Trump. Ma Trump costituisce a sua volta il sintomo di una crisi profonda, come ho già avuto occasione di scrivere innumerevoli volte su questo blog. La crisi del ruolo dirigente, o meglio dominante, di un Paese abituato a fare il buono e cattivo tempo nella comunità internazionale, che oggi ha perduto con ogni evidenza il suo ruolo guida di fronte all’emergere oramai inarrestabile di una realtà multipolare nel seno della comunità internazionale.

L’aspetto forse più paradossale di questa situazione è che il Paese abituato a “esportare la democrazia” in tutto il mondo mediante guerre (vedi Iraq e troppi altri casi) e colpi di Stato (vedi la storia dell’America Latina e l’episodio forse più emblematico del colpo di Stato in Cile del 1973), rivolge oggi contro se stesso i suoi veleni, con un colpo di Stato tentato e, almeno finora, apparentemente fallito (tale infatti è con ogni evidenza l’assalto al Campidoglio da parte delle milizie trumpiane) e una guerra civile che incombe sul Paese più armato del pianeta.

Riusciranno gli Stati Uniti ad uscire da questa crisi? Occorre augurarselo, come fa ad esempio il ministro degli Esteri venezolano Arreaga, rappresentante del Paese che più attacchi e minacce ha subito dall’amministrazione di Washington in termini di sanzioni a mio avviso genocide, minacce d’intervento armato e promozione del terrorismo interno (a partire, è bene ricordarlo, di una decisione che vide protagonista Barack Obama).

Occorre augurarselo. Però, a vedere il fiacco e scialbo Joe Biden, un presidente assolutamente privo di carisma e proprio per questo scelto dall’apparato del Partito democratico, che ha vinto solo perché Trump risultava oramai insopportabile alla maggioranza (peraltro purtroppo abbastanza risicata) del popolo statunitense, c’è da dubitarne. Se invece guardiamo al grande movimento di massa, formato da donne, neri, ispanici, asiatici e settori non indifferenti del proletariato e delle classi medie bianche, possiamo affermare che qualche possibilità di sopravvivenza e forse di rilancio per gli Stati Uniti c’è. Ma a condizione di cambiare totalmente le proprie politiche interne e internazionali con un profondo bagno di umiltà.

Ci aspetta comunque un periodo di transizione che riserverà certamente nuove spiacevoli sorprese. Sono decine di migliaia e ben armati gli appartenenti alle milizie che in tutti gli Stati Uniti continuano ad obbedire ciecamente al loro comandante supremo, da organizzazioni storiche come il Ku Klux Klan ad altre nuove come i Proud Boys e simili che sono l’espressione del peggiore suprematismo bianco. E sappiamo bene come Trump continui a contare su fedeli, più o meno coperti, all’interno dei corpi armati, soprattutto la polizia ma anche Fbi, Guardia Nazionale, ecc.

Quindi la guerra civile, inizialmente in forma strisciante, ma poi chissà, è prospettiva che non va esclusa. Il Paese resta più o meno spaccato a metà. Ed occorre organizzarsi per fornire sostegno solidale, su tutti i piani, agli antifascisti statunitensi che affronteranno prove non facili e di esito affatto scontato.

Intanto vedremo che tipo di reazione il sistema politico statunitense sarà in grado di fornire all’attacco golpista. I legittimi governanti dovranno respingere ogni tentativo di esercitare indebiti e impropri condizionamenti sul sistema politico e le decisioni che verranno adottate nelle varie sfere. Donald Trump secondo me va subito rimosso dalla carica, sottoposto a processo e condannato per alto tradimento a una pena adeguata.

Certamente sul piano internazionale l’indegno spettacolo di Washington danneggia i vari imitatori e seguaci di Trump, da Bolsonaro a Salvini e alla Meloni. E questo non può che farci piacere. Nella consapevolezza che esiti violenti del genere nel nostro Paese restano altamente improbabili, mentre determinate schegge impazzite del sistema politico (oggi soprattutto Renzi) assumono altri modus operandi, anch’essi deleteri ma non fino a quel punto.

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