Dopo aver evitato per un soffio l’hard Brexit, l’Unione Europea e il Regno Unito devono divulgare i dettagli che regolamenteranno i rapporti economici fra i due lati della Manica. Il che mette una certa ansia all’industria automotive che, nonostante abbia schivato i temibili dazi doganali, dovrà far fronte a costi amministrativi in aumento, quanto di più indesiderato in tempi di pandemia.

Anche perché, dopo un periodo di transizione di durata annuale, al fine di garantire gli equilibri commerciali, dovranno certificare la provenienza britannica o comunitaria del 55% dei componenti impiegati nella costruzione di un veicolo. Percentuale che si abbassa al 40% per i veicoli elettrici in virtù della provenienza prevalentemente asiatica dei pacchi batteria.

Ecco perché, considerato l’aumento dei costi – inclusi quelli burocratici, gravati dal fatto che ci saranno delle procedure di omologazione differenziate – derivanti da queste nuove regolamentazioni, l’associazione di rappresentanza Smmt (Society of Motor Manufacturers and Traders) si dice preoccupata: “Il lavoro di ufficio prima lo facevi su una minoranza di veicoli. Ora lo devi fare su quasi tutti i tuoi veicoli, tranne quelli destinati al mercato del Regno Unito”, dice Mike Hawes, al vertice di Smmt. Quindi il nuovo assetto Europa-Gran Bretagna comporterà comunque un aumento dei costi per i fabbricanti d’auto.

Motivo per cui, considerati i precedenti rischi di hard Brexit, costruttori come Nissan hanno deciso di ridimensionare la loro presenza industriale sul suolo britannico: ad esempio a Sunderland, dove verrà prodotto il nuovo suv Qashqai, non verrà però assemblato il fratello maggiore X-Trail. Ford e Honda hanno ridotto la loro presenza in Inghilterra e Galles. In ballo, infine, ci sarebbe anche lo stabilimento di Ellesmere Port della PSA: con la nascita di Stellantis, non è scontato che possa rimanere in attività.

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