La Cgil viaggia oltre le 7mila firme. Il neonato gruppo “Siciliane” supera le tremila. Mentre il Pd annuncia un’azione legale. Una valanga che non ferma Nello Musumeci. Il presidente della Regione siciliana ha appena ufficializzato l’ingresso in giunta di due assessori, sostituendo l’unica donna: Bernadette Grasso. Una “rimozione di genere”, per dirla col ministro del Sud, il siciliano Giuseppe Provenzano, che porta la Sicilia ad essere la Regione “più maschia” d’Italia, con 12 assessori tutti uomini. Un record negativo che non piace neanche alla ministra per le pari opportunità Elena Bonetti: “Una giunta tutta al maschile non rende giustizia alle donne di Sicilia, che contribuiscono al pari degli uomini a rendere grande quella terra. Una brutta pagina di politica niente affatto onorevole per il presidente e la sua maggioranza”.

Un rimpasto quello di Musumeci contro il quale annuncia battaglia anche il Partito democratico, che ha dato mandato ad un pool di avvocati – guidati dal costituzionalista Antonio Saitta – per “valutare ogni azione legale, non soltanto a tutela del diritto della parità di genere ma anche dell’immagine della Sicilia compromessa dalla scelta di Musumeci”, spiega il segretario del Pd Sicilia, Anthony Barbagallo. Che definisce la decisione di Musumeci “anacronistica” e che “fa piombare la Sicilia nel Medioevo, ma anche paradossale: si impone ai Comuni la presenza delle donne in giunta e l’Ente sovraordinato, la Regione, invece, se ne infischia”.

“Bisogna assicurare la parità di genere secondo quanto previsto dalla Costituzione agli articoli 51 e 117 – spiega Saitta – E in particolare il 117 si occupa proprio della legislazione regionale e sancisce quanto segue: ‘Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive’, questo all’evidenza non è stato applicato”. “E dire – continua Saitta – che l’Assemblea regionale aveva votato a giugno una legge per garantire l’alternanza di genere in giunta almeno al 30 per cento”. Una norma che però non entrerà in vigore prima della prossima legislatura: “Intanto il 30 per cento è inferiore al resto d’Italia che fissa la soglia il 40 per cento, poi in quanto norma direttamente ispirata alla costituzione dovrebbe essere di immediata applicazione: il rinvio alla prossima legislatura è pertanto incostituzionale, perché è la Costituzione stessa che richiede una normativa regionale che garantisca la parità di genere”.

Nel frattempo ha preso piede la protesta. Associazioni e sindacati, tutti contro la decisione di Musumeci, ma non solo: ad infiammare gli animi anche il commento alle polemiche di un consigliere leghista, Vincenzo Figuccia, che aveva detto che quel che conta non è “quello che gli assessori hanno in mezzo alle gambe ma ciò che hanno in mezzo alle orecchie”. “La goccia che ha fatto traboccare il vaso”, così la definisce Alessandra Notarbartolo, cofondatrice del coordinamento antiviolenza 21 Luglio, che raggruppa al suo interno associazioni e centri contro la violenza sulle donne. Notarbartolo, assieme ad altre 7 donne tutte impegnate nel sociale e contro la violenza di genere, ha fondato il gruppo Siciliane che nel giro di 3 giorni ha ottenuto più di 3mila adesioni: “Una miccia accesa di certo da un fatto apparentemente banale come la dichiarazione di Figuccia ma dal gravissimo valore simbolico – ha continuato Notarbortolo – Il problema è a monte: la rappresentanza femminile è solo l’ultima fase di un percorso che autorizza e avalla un sistema in cui la donna è gravemente penalizzata”.

“Quest’anno soprattutto abbiamo visto come nelle situazioni di emergenza le conseguenze più pesanti ricadano sulle donne, costrette a restare in case dove subiscono maltrattamenti, dove sono state addirittura uccise, oppure più banalmente sono quelle su cui ricade tutto il peso della famiglia e vengono di conseguenza penalizzate”, commenta anche Mimma Argurio della segretaria regionale della Cgil. La disoccupazione femminile in Sicilia, aggiunge, è “il doppio del dato nazionale, con oltre il 48%. Ma il dato più preoccupante riguarda la percentuale di donne che non cercano neanche più lavoro. Una situazione desolante, un problema culturale innanzitutto che merita un’azione fortissima”, dice ancora Argurio.

La sigla sindacale, dopo il rimpasto di Musumeci, ha lanciato una campagna di firme che ha superato le 7mila adesioni: “La petizione che presenteremo al presidente della Repubblica è solo un primo passo, una base per costruire una politica di genere già a partire dalle scuole. Serve un’azione molto forte e corale. Bisogna riunire tutte le associazioni, tutti coloro che si rendono conto che la condizione femminile in Sicilia è frutto di un decadimento molto grave e non più tollerabile”. E anche per le “Siciliane” è solo l’inizio: “Siamo state travolte da una potenza bellissima – conclude Notarbartolo – che va raccolta per avviare un cambiamento non più rinviabile”.

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