Da settimane l’attesa si concentrava su Michele Flournoy, veterana del Pentagono che sembrava destinata a rompere il tetto di cristallo a capo degli oltre 1,3 milioni di militari Usa, diventando la prima donna alla guida del ministero della Difesa americano. Ma la sua nomina è sfumata: il presidente eletto Joe Biden ha infatti scelto il generale in pensione Lloyd Austin, 67 anni, ex comandante delle truppe americane in Iraq, che sarebbe il primo afroamericano a guidare il dipartimento. Una scelta destinata a sollevare diverse critiche, soprattutto per la decisione di affidare l’incarico a un ex militare proprio come fece Donald Trump con James Mattis, invece di riconsegnare il Dipartimento a un civile nel segno di un ritorno alla normalità.

Voci critiche si alzano già sul fronte dem, intenzionato a dare battaglia al Congresso: due senatori, Richard Blumenthal e Jon Tester, hanno dichiarato che si opporranno a concedergli l’esenzione necessaria ai militari per ricoprire incarichi nell’amministrazione prima che siano passati sette anni dalla pensione. Nel 2017 negarono l’esenzione anche al generale James Mattis, nominato dal tycoon. Entrambi non ne fanno una questione personale ma di regole, per rispettare il principio di una legge del 1947 secondo cui solo circostanze uniche possono giustificare il fatto che un generale o un ammiraglio ritiratosi recentemente guidi il Pentagono.

Chi è Loyd Austin Biden, al di là delle pressioni della lobby afroamericana, durante le varie audizioni via zoom delle ultime settimane sembra essere rimasto davvero colpito da Austin. E non solo per la sua competenza, ma soprattutto per il suo carattere: schivo, pacato, riservato, refrattario all’uso dei social media, lontano anni luce dall’atteggiamento da rockstar di alcuni suoi predecessori, impegnati in gran parte a promuovere la propria immagine. Come David Petraeus, che guidò il Pentagono nell’amministrazione Obama e che Biden non ha mai nascosto di mal sopportare. Così il basso profilo di Austin, legato a una enorme professionalità, avrebbe convinto il presidente eletto degli Stati Uniti più di ogni altra valutazione.

Austin è andato in pensione nel 2016 dopo 41 anni di servizio in cui ha raggiunto i massimi vertici militari come mai nessun afroamericano era riuscito, guidando le truppe Usa in Iraq nel 2010 ma ricoprendo anche il ruolo di vice capo di stato maggiore e di massimo responsabile dello Us Central Command, con responsabilità nelle operazioni in Iraq, in Siria, in Yemen e in Afghanistan. Notevole il ruolo del generale Austin nella sconfitta dell’Isis: fu lui, infatti, che tra le altre cose mise a punto il piano di Barack Obama per fornire per la prima volta direttamente armi e munizioni ai ribelli siriani impegnati nella lotta al Califfato. Una mossa che suscitò non poche critiche nei confronti dell’amministrazione, visto che diversi report giornalistici mostrarono che, vista la composizione eterogenea del Free Syrian Army, nel quale orbitavano anche diversi gruppi jihadisti, parte dell’equipaggiamento finì nelle mani di queste organizzazioni, tra cui l’allora Jabhat al-Nusra, braccio di al-Qaeda nel Paese. La sua nomina per passare al Senato avrà bisogno, come fu per Mattis, di un’esenzione del Congresso, visto che per i militari per ricoprire incarichi nell’amministrazione devono essere passati almeno sette anni dalla pensione.

I candidati al ministero della Giustizia – In settimana è attesa anche l’ultima nomina di peso da parte di Biden: quella del ministro della Giustizia. In pole position due donne che fecero parte dell’amministrazione Obama: Sally Yates, 60 anni, ex vice guardasigilli, e Lisa Monaco, ex zarina dell’antiterrorismo. Ma anche qui non si escludono sorprese dell’ultim’ora, col nome dell’ex direttore della Cia Michael Morell che resta tra le scelte possibili.

Intanto Donald Trump prosegue nella sua improbabile battaglia per ribaltare l’esito del voto. E nel giorno in cui si chiude la finestra per i ricorsi legali il Texas ha presentato un ricorso alla Corte Suprema contro le modifiche alle procedure di voto nelle ultime elezioni in Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin, chiedendo di bloccare i voti del collegio elettorale in questi quattro Stati (62 voti) e di rinviare la riunione del 14 dicembre in cui lo stesso collegio è chiamato ad eleggere formalmente il presidente.

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