Per festeggiare Edoardo Sanguineti (Genova, 9 dicembre 1930-ivi, 18 maggio 2010), che oggi avrebbe compiuto novant’anni, si potrebbe parlare di molte cose: perché nella sua lunga carriera Sanguineti è stato non solo poeta, romanziere, autore di teatro, ma anche saggista e studioso (di Dante, fin dalla tesi di laurea sui canti di Malebolge, e poi di D’Annunzio, Gozzano, Montale, per fare solo alcuni nomi), commentatore di poesia (dei Poemetti pascoliani, nel 1971, come delle rime di Guinizzelli, nel 1985) e curatore di antologie poetiche (dai Sonetti della scuola siciliana del 1965 alla rivoluzionaria Poesia italiana del Novecento, del 1969). Quest’anno però, col centenario dantesco del 2021 ormai alle porte, parlare del Sanguineti dantista, specialmente nelle vesti di poeta, sembra quasi una scelta obbligata.

Il rapporto con Dante è vitale e operante fin dalle prime fasi della poesia sanguinetiana, a cominciare da Triperuno (Milano 1964), raccolta di tre poemetti, l’ultimo intitolato Purgatorio de l’Inferno, che Sanguineti chiama “cantiche”, a imitazione dell’architettura della Divina commedia. Siamo in anni non lontani dal lavoro di tesi, all’università di Genova, sotto la guida di Giovanni Getto, sui canti di Malebolge (Inferno xvii-xxx), poi diventata un saggio critico, Interpretazione di Malebolge (Firenze 1961) – Laborintus, la prima “cantica” del Triperuno, è dello stesso anno della laurea, il 1956.

In effetti, come sempre per Sanguineti, anche il rapporto con Dante si realizza all’incrocio tra esperienza poetica e attività critica, il “dantismo” della sua poesia è fondato nella pratica dell’interpretazione della Commedia. Sulla strada aperta dal Triperuno si percorre così un lungo tratto della carriera poetica di Sanguineti: si arriva almeno fino a Il gatto lupesco. Poesie 1982-2001 (Milano 2002), “raccolta di raccolte” in cui è facile riconoscere, nelle femmine di animali dell’Alfabeto apocalittico (“le lonze, le leone, le lupesse / limano lingue di licantropesse”), le “tre fiere” del primo canto dell’Inferno; e in cui la terzina iniziale della Commedia risuona chiaramente nella settima strofa dell’Arpa magica: “tanta gente a cavallo, che ci viene, / se la trova nel mezzo del cammino: / se la ripesca nella selva oscura, / che stava mezza morta di paura”.

Ma in questi stessi anni il “dantismo” di Sanguineti emerge anche in altre zone della sua produzione, specialmente negli scritti teatrali – anche lì in stretta connessione con l’esercizio critico (vd. V. Pilone, Dante nella narrativa e nel teatro di Sanguineti, in “Dante. Rivista internazionale di studi su Dante Alighieri”, viii (2011), pp. 105-133). In effetti, Dante è per Sanguineti una “macchina di nitida vocalità”, un poeta-“drammaturgo”, che dunque si presta molto bene a essere rappresentato. Così in Laborintus II, testo per musica commissionatogli in occasione del centenario dantesco del 1965 (e al quale seguirà, l’anno successivo, il saggio Il realismo di Dante), Sanguineti mette in scena una “rassegna delle cose del mondo”, sul modello di quell’enciclopedismo medievale che da sempre lo affascinava e che nella Commedia gli appariva “perfettamente organizzato”; e ancora molti anni dopo la Commedia dell’Inferno (1989), “travestimento” teatrale della prima cantica dantesca, considerato la vetta del “dantismo” creativo di Sanguineti, si proporrà, nelle sue intenzioni, come implicita dimostrazione della “teatralità” di Dante.

“Teatralità” e “vocalità” di Dante a cui Edoardo Sanguineti è tornato a rendere omaggio nel 1998, in occasione della rassegna poetica Duelli di penna organizzata a Genova, quando, dovendo presentare una poesia sulla Madonna, ne presentò una sulla cantante Veronica Ciccone, alias Madonna, intitolata Like a Prayer: un collage di titoli delle sue canzoni (tra cui la stessa Like a Prayer), ma sull’impalcatura metrica e sintattica della preghiera alla Vergine dell’ultimo canto del Paradiso dantesco (il testo ci è conservato in un articolo di M. Berisso, Sanguineti, il Duecento e Dante (e una poesia d’occasione), in Per Edoardo Sanguineti: lavori in corso, Firenze 2012, pp. 205-219, a p. 219).

Del resto, per Sanguineti c’è una sovrapposizione, non perfetta e a tratti davvero sorprendente, tra l’antico e il contemporaneo, una linea di continuità che percorre e unisce le epoche artistiche – senza però che per questo gli antichi diventino nostri contemporanei, Dante un contemporaneo di Madonna: è con questo spirito che Sanguineti avrebbe celebrato il centenario del sommo poeta, e che ancora oggi, come sul finale di Like a Prayer, ai versi di entrambi “si sbattono le mani”.

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