Cultura

Lo Scaffale dei Libri, la nostra rubrica settimanale: diamo i voti a sortilegi, trance e on the road di De Luca, Alunni, Booth

di Davide Turrini e Ilaria Mauri

SATA - 3/3

“Sata è il nome del capo all’estremità meridionale dell’isola, quella più a sud tra le quattro principali del Giappone. Lo raggiunsi a piedi partendo da Soya, il capo all’estremità settentrionale dell’isola più a nord. Questo libro descrive le strade che li collegano e quello che vidi, udii e feci mentre le percorrevo“. E non si può dire che Alan Booth non sia di parola: racconta davvero tutto, ma proprio tutto tutto quello che ha visto/fatto negli oltre 3mila chilometri che ha percorso a piedi compiendo l’impresa di attraversare il Giappone nella sua lunghezza. Questo è Sata: il diario di viaggio personale dell’autore, un signorotto inglese esperto di cultura nipponica che negli anni Settanta – dopo una vita vissuta tra Londra e Tokyo – ha deciso di mettere lo zaino in spalla e incamminarsi lungo le viuzze secondarie del Paese del Sol Levante. La partenza è in un giorno di fine giugno, terminata la stagione delle piogge: al terzo giorno di cammino l’autore ci fa sapere di essersi già scottato le mani e il collo. Al decimo ha i piedi e le gambe ultra doloranti. Racconta le sue giornate e soprattutto le nottate nei “ryokan” (termine giapponese che indica una sorta di ostello/pensione) scalcinati, le sue cene improbabili e le tante, troppe birre che non manca mai di sottolineare di aver bevuto (da buon inglese). Una narrazione ricca, fitta fitta di aneddoti (tipo quella volta che l’oste l’ha fregato con il conto, facendogli pagare “due birre e un piatto di fagioli” in più rispetto a quanto aveva consumato), di note storiche e di chicche riguardanti i luoghi sconosciuti ai più che attraversa e agli innumerevoli incontri che fa lungo il suo cammino, questo libro racconta un Giappone rurale ormai scomparso visto con gli occhi di un occidentale degli anni Settanta che mentre viene discriminato dai bambini dei villaggi che lo additano come un “gaijin”, uno straniero, impara che “i giapponesi”, non esistono. Esistono invece “più di 120 milioni di abitanti” che “hanno da zero a centodiciannove anni e svolgono professioni che vanno dall’imperatore al guerrigliero urbano” e che compongono un universo ancora incontaminato, impregnato di valori antichi e tensioni mistiche, come quella tra “giri“, il dovere, e “ninjo“, le umane emozioni. Tutto bellissimo, se non fosse però che se le prime pagine conquistano e affascinano il lettore, man mano che si prosegue la lettura (già dopo le prime 80-100 pagine) il racconto si fa monotono e di una lentezza estenuante. L’ultima pagina, la 368esima, è per il lettore un miraggio, proprio come per Alan Booth il raggiungimento di Capo Sata. Certo, il tempo del cammino è un tempo dilatato ma qui le peculiarità narrative dell’autore finiscono per esasperarsi e ritorcersi contro. Succede tanto ma è come se non succedesse niente (e ve lo dice una camminatrice amante di questa filosofia di viaggio). Quell’attenzione maniacale per le descrizioni fotografiche dei paesaggi e delle varie tradizioni locali che all’inizio consente al lettore di immaginare il contesto in cui è immerso l’autore finisce per annoiare. Sì, anche tutti quei termini in lingua originale: troppi. Da elemento di ricchezza si trasformano in mero sfoggio d’erudizione da parte dell’autore. Un libro consacrato come uno dei grandi classici della letteratura di viaggio, scritto in uno stile prodigioso che certo riesce nell’intento di restituire un quadro luminoso e sfaccettato dell’umanità e del paesaggio nipponico. Ma fallisce clamorosamente nell’appassionare alla lettura e nell’invogliare a portarla a termine. Il fatto che l’autore sia riuscito a portare a termine la sua impresa è l’assunto iniziale, quindi non c’è neanche la motivazione a scoprire se Alan Booth a Sata ci arrivi veramente. La soglia di attenzione cala capitolo dopo capitolo, la noia porta la mente a perdersi a sua volta in un altro viaggio. Lo sguardo corre sempre più spesso al numero della pagina che si sta leggendo: “Ma quanto manca?” è la domanda che frulla in testa. La cosa incredibile è che il libro è stato pubblicato negli anni Ottanta ma in Italia è rimasto inedito fino ad oggi, quando l’editore Vallardi ha deciso di dare alle stampe la prima edizione tradotta in italiano. E diciamo pure che per tutto questo tempo abbiamo vissuto tranquillamente senza. Voto (delusione a go-go): 4,5.

SATA - 3/3
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