E’ inutile: l’archeologia italiana, per certi versi, sembra iniziare e avere fine a Pompei. Nonostante ogni sforzo da parte di università e soprintendenze, studiosi e studenti, ispettori e professionisti dei Beni culturali; nonostante ricerche e indagini di scavo di ogni tipo, riguardanti ambiti cronologici differenti, da Marsala a Belluno, all’interno di parchi archeologici e in aree urbane moderne: tutto il (molto) resto quasi scompare. Almeno per i mezzi di informazione, pronti a rilanciare la notizia dell’ennesima scoperta. Anche questa “straordinaria”, ma anche “sensazionale”. Naturalmente, “unica”.

Un evento, insomma. Il più delle volte ammantato da quella dose di mistero che in queste occasioni non può assolutamente mancare. Ingredienti che immancabilmente accompagnano il racconto del rinvenimento, senza sostanziali differenze. Nella città campana qualsiasi cosa è fuori dal comune, diventa eccezionale. Proprio come accade per “i corpi pressoché integri di due uomini, un quarantenne avvolto in un caldo mantello di lana e il suo giovane schiavo”, identificati nelle indagini nell’area della villa suburbana di Civita Giuliana.

“Una scoperta davvero eccezionale perché per la prima volta dopo più di 150 anni dal primo impiego della tecnica è stato possibile non solo realizzare calchi perfettamente riusciti delle vittime, ma anche indagare e documentare con nuove tecnologie le cose che avevano con sé nell’attimo in cui sono stati investiti e uccisi dai vapori bollenti dell’eruzione”, ha dichiarato all’Ansa, che ha documentato in esclusiva il rinvenimento, il direttore Massimo Osanna, da settembre 2020 alla guida anche della direzione generale dei musei pubblici. Una scoperta “stupefacente” per il ministro Dario Franceschini.

Ora è indubitabile che la nuova scoperta abbia una sua rilevanza, scientifica. Molto meno che se ne possa parlare con toni tanto celebrativi. Al punto da correre il rischio di farne un racconto quasi “epico”. Che molto probabilmente affascina la gran parte dell’opinione pubblica, ma distorce pericolosamente la realtà. La scoperta, insomma.

Quanto questa modalità di comunicazione sia stata adottata sistematicamente a Pompei, lo dimostra questa ultima scoperta e le molte che l’hanno preceduto negli ultimi anni. “A vederli così, il sangue che sembra pulsare ancora nelle vene di quelle mani poggiate sul petto, le dita piegate, il cotone della tunica arricciato sul ventre, sembra quasi che il tempo non sia mai passato”, ha scritto l’Ansa. Anche molti quotidiani nazionali ne hanno data notizia. Come diversi Tg. In tutti i casi con una enfasi che a me appare eccessiva. Pur cercando di giustificarne il ricorso con il tentativo di calamitare l’attenzione di lettori e telespettatori.

A prescindere da tutto, Pompei meriterebbe più rispetto. Il vanto di essere passati dagli anni del sostanziale abbandono e dei crolli a quello dei restauri e delle scoperte non può giustificare le auto-celebrazioni della Direzione degli scavi e del ministro dei Beni culturali. Perché in questo modo si contribuisce alla realizzazione di due operazioni. Entrambe errate. Da un lato si autorizza un sensazionalismo che, amplificato dai media, mortifica la divulgazione. Regalando al mondo dei non addetti ai lavori l’idea, peraltro già ampiamente radicata, che l’archeologia sia poco più che una “caccia al tesoro”. Una corsa al rinvenimento straordinario. Dall’altro si opera una quasi generalizzata tabula rasa su tutto quel che accade al di fuori della città romana, fatta eccezione per pochi altri casi.

Accendere i riflettori su Pompei, quando lo merita, è un giusto riconoscimento. Farlo ad ogni scoperta e in occasione di un nuovo restauro di qualsivoglia edificio, rischia di essere una operazione di marketing. Forse funzionale ad incrementare ulteriormente l’appeal del sito, ma assolutamente controproducente per molti altri luoghi della cultura sempre più schiacciati da Pompei, anzi dall’immagine che ne hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni il ministro e la direzione degli scavi.

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