Ebbene sì, la questione batterygate sta per volgere al termine: come ci informa il Washington Post, infatti, Apple che ha deciso di pagare 113 milioni di dollari per risolvere definitivamente la pratica, che era stata aperta dai cittadini di ben 34 Stati USA che, tramite i loro rappresentati legali, avevano chiesto di essere risarciti per il comportamento scorretto da parte di Apple, che aveva implementato una soluzione software sui propri smartphone che attivava un rallentamento della frequenza di lavoro del processore, con conseguente decadimento prestazionale, nel caso in cui fosse rilevata la presenza di una batteria ormai usurata.

I legali del colosso di Cupertino si erano appellati al fatto che il software attivava questa modalità in automatico. In questo modo l’utente rimaneva passivo ed ignaro, non venendogli in alcun modo chiesto se volesse attivarla oppure no. Un approccio, magari anche legittimo o quantomeno comprensibile, che però ha lasciato molti utenti con la sensazione che “l’unico modo per ottenere prestazioni migliori fosse acquistare un nuovo modello di iPhone”, come si sostiene nella denuncia dell’Arizona.

La conclusione, da parte del procuratore generale dell’Arizona, è dunque che la società ha fatto affidamento su “atti e pratiche sleali e ingannevoli” per aumentare le sue vendite “potenzialmente di milioni di dispositivi all’anno”.

Apple all’inizio ha provato a difendersi con le argomentazioni appena ricordate, ma visto il crescere della pressione dell’opinione pubblica e l’allargarsi a macchia d’olio della class action, ha infine deciso di accettare il pagamento della maxi multa pur di quindi deciso di concludere ed archiviare la questione. Ricordiamo infine che, attualmente, su iOS 14 l’utente può verificare in autonomia la salute della batteria e decidere di attivare o meno le impostazioni di limitazione prestazionale.

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