di Ilaria Muggianu Scano

Gli scaffali delle librerie negli ultimi anni pullulano di memoire, biografie e autobiografie vergate da youtuber, tronisti, personaggi televisivi a vario titolo, che talvolta ironicamente, talaltra più amaramente, ammettono di non aver mai letto un libro prima di aver pubblicato il proprio.

Ci sarebbe da chiedersi perché uno spettatore, un abituale utente dei social, un generico webnauta che segue i propri beniamini da una qualsiasi schermata, dovrebbe persuadersi a cambiare registro comunicativo e diventare un lettore. Comprensibile la scelta ardita delle case editrici, per una trovata che per quanto lasci sgomento il lettore puro non è tra le più originali: puntare sulla momentanea gallinella dalle uova d’oro.

La fila chilometrica di persone fuori dalle librerie per l’acquisto dell’opera scritta dal proprio idolo, o chi per lui, e il successivo firma copie – ma invertendo l’ordine degli addendi il risultato non cambia, anzi – ha dato una sferzata di vita e di vivacità all’editoria degli ultimi anni e abbassato l’età media dei visitatori delle librerie di ogni città, piccole e grandi, preferibilmente in franchising.

Lontani quei tempi in cui lo youtuber, la guru del make up, creatori di contenuti vari venivano considerati poco più che perditempo, specie dagli omologhi televisivi. La nuova frizzante fauna di comunicatori ha una fetta di mercato tutta propria, tanto che c’è chi è arrivato alla seconda e terza pubblicazione, dopo una quantità incommensurabile di ristampe.

Ma gli youtuber non troneggiano da soli sulle solenni scaffalature librarie. Non mancano i visi fascinosi di vallette, attori, cantanti di primogenitura e giovani reduci da Sanremo, starlettes dei reality che possibilmente abbiano una coinvolgente storia difficile alle spalle o giovani freschissimi che hanno voglia di condividere la ricetta del successo all’interno dei talent di ogni ordine e grado.

Poi arriva la tragedia planetaria del Covid-19. Se uno dei fenomeni trainanti dell’inedito boom editoriale era l’equo (?) scambio acquisto-selfie-autografo, ora che succederà con l’incertezza del contatto umano fino a data da destinarsi? I grandi raduni davanti alla porta delle librerie o dei centri commerciali appartengono ad un roseo passato pre-pandemico. In questo limbo temporale di incertezza e carenza di effetti speciali, sembrerebbe che anche agli scrittori puri venga chiesto di essere qualcos’altro, qualcosa di più, qualcosa di diverso. Il paradosso.

Allo scrittore puro – colui che nasce come autore in giovane età o che da attore dell’opera culturale a vario livello, magari un cattedratico, si è trovato a proporre un libro per un pubblico di lettori puri – sembra venga chiesto di essere un po’ personaggio pure lui. C’è chi spinge fino alla quinta marcia sui diritti delle donne, spettacolarizzando con metodo una pur mirabile crociata a favore dei diritti umani; lo psicanalista viene pubblicato solo a seconda delle ospitate inanellate nei salotti televisivamente considerevoli, idem si dica per l’esperto nutrizionista, l’ortopedico, per non parlare del giornalista.

Lo scrittore puro non si sogna più di siglare sulla “bio” della propria bacheca social un opaco “scrittore”, nove volte su dieci preferirà “performer”. Insomma deve incuriosire per reggere il passo con i competitor approdati alla letteratura come seconda, e non ultima, vita artistica.

Pasolini non esiterebbe a definire il fenomeno come mutazione antropologica. Assai più modestamente, non è difficile arguire uno scenario in cui la passione negoziale della pagina scritta barattata con il selfie cambierà con l’avvicendamento di idoli e gusti.

Il groupie è un lettore volubile, si sa. Nel frattempo c’è da sperare che lo scrittore puro non evolva definitivamente in cabarettista.

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