A cinque giorni dal voto negli Stati Uniti c’è ancora incertezza: anche se Joe Biden ha vinto le elezioni non è detto che accuse e cause lanciate dal fronte di Donald Trump contro il sistema elettorale e il partito democratico non producano effetti a sorpresa. La Corte suprema è a maggioranza repubblicana e anche se non è un organo politico potrebbe dar ragione al presidente in carica.

Il vero problema sono i margini di vittoria minimi e la lentezza con cui si sono contati i voti, due fattori che rendono le accuse di frode meno assurde agli occhi di chi ha votato per Trump, e cioè quasi la metà dei votanti. Diversa sarebbe stata la situazione se Biden avesse stravinto, come anticipavano tutte le proiezioni: a quel punto sarebbe stato impossibile contestare la sua vittoria. Ma non è stato così e in alcuni stati la differenza tra i due contendenti è di poche migliaia di voti.

A prescindere da quale dei due contendenti conquisterà davvero la Casa Bianca, la vera lezione che si evince da queste votazioni è l’arretratezza del sistema politico e amministrativo della nazione. La regola voluta dai padri fondatori è che le leggi locali hanno un peso maggiore di quelle nazionali, che a loro volta hanno la meglio nelle dispute federali. Questo spiega perché nessuno in California viene arrestato per possesso di marijuana medicinale, il cui uso è vietato dalle leggi federali ma non da quelle dello stato della California. In altre parole in un conflitto tra leggi federali e nazionali vincono le seconde.

Perché questa classificazione è importante? Perché impedisce l’introduzione di una regola unica nel conteggio dei voti per posta. Ogni contea, anche la più piccola, ha piena autonomia nello spoglio. E così in alcuni collegi elettorali quando il controllo delle firme sulle schede inviate per posta riusciva difficile si è chiesto agli elettori di venire a verificare la propria. In altri si è permesso di votare alla fine del 3 novembre, giorno delle elezioni, fintanto che il timbro dell’ufficio postare riportava questa data; in altri questo non è stato permesso.

Senza una legge elettorale unica, che sancisca come e quando votare, è più facile contestare i risultati e lanciare accuse vaghe come quella che si è continuato a votare anche dopo la chiusura delle urne. Dal momento che ogni giurisdizione ha le sue regole, la gente può facilmente credere che in qualche stato i seggi siano rimasti aperti più a lungo.

Una democrazia occidentale non può eleggere chi la rappresenta in questo modo, né può trascinare per giorni e giorni i risultati nazionali. Questo tipo di comportamento è associato con nazioni arretrate, democrazie allo stremo, mal funzionanti. Una nazione ancora considerata guida per l’occidente non può non avere un processo di transizione a prova di bomba, dove i candidati si comportano onorevolmente. Le frodi elettorali appartengono agli stati falliti, alle dittature mascherate da democrazie. Eppure è questo che sta succedendo negli Stati Uniti.

Siamo alle ultime battute dell’impero americano, ecco la triste conclusione alla fine della settimana elettorale americana. Il 78enne Joe Biden che – bambino negli anni Cinquanta – diceva alla madre che il suo sogno era diventare presidente, sarà leader di una nazione che non ha nulla a che vedere con quella della sua infanzia. Governerà un paese dove la sicurezza viene dalle armi tenute in casa e non dalla fiducia in chi vive alla Casa Bianca.

E’ triste per tutti accettare la disintegrazione del sogno americano: in fondo, anche se la supremazia americana ha fatto molti danni nel mondo, l’idea di una nazione di infinite opportunità dove i giovani contavano e avanzavano era un sogno condiviso, che – anche se irrealizzabile a casa nostra – galvanizzava le nostre menti.

Non più. Joe Biden sarà il più vecchio presidente eletto; troppo anziano, si dice, per cercare la rielezione tra quattro anni.

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