Quando si affacciò dalla loggia centrale delle benedizioni, pochi minuti dopo la fumata bianca, Papa Francesco sottolineò subito il suo essere vescovo di Roma. Una dimensione che egli sta evidenziando di giorno in giorno firmando numerosi documenti del suo pontificato da San Giovanni in Laterano, la cattedrale di Roma, e non da San Pietro.

Ma andando a ritroso questa dimensione per così dire “diocesana” è sempre stata molto presente nei diretti predecessori di Bergoglio. Lo si nota nel volume Roma. La Chiesa e la città nel XX secolo (San Paolo) scritto dal fondatore e dal presidente della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi e Marco Impagliazzo, a 150 anni dalla proclamazione della Città eterna come capitale d’Italia. Testo non a caso corredato dalla prefazione del cardinale vicario per la diocesi di Roma, Angelo De Donatis.

“Il contatto con Roma e i romani – scrivono i due autori – fu un asse essenziale del ministero di Giovanni Paolo II. Accentuò, rispetto ai predecessori, la tendenza a uscire dal Vaticano. Molti furono gli incontri straordinari, non filtrati dal cardinal Poletti. Centrali erano le visite alle parrocchie sempre accompagnato dal vicario. C’era, in questo senso, una continuità con Giovanni XXIII e Paolo VI, ma Giovanni Paolo II ampliò il numero delle visite in modo sostanziale. Fino al febbraio 2002 visitò oltre trecento parrocchie. Poi, quando le forze vennero meno e non poté più recarsi in visita pastorale di persona ricevette, pur rammaricandosene, in Vaticano i rappresentanti di buona parte delle rimanenti parrocchie”.

Lo ha sottolineato spesso l’allora cardinale vicario Camillo Ruini che ha raccontato come il Papa polacco, ogni volta che lo incontrava, anche quando la malattia lo aveva seriamente provato, gli domandava: “Quando andiamo a visitare le parrocchie?”. Andando a ritroso, Riccardi e Impagliazzo ricordano il forte legale di Montini con la chiesa di Roma e la sua determinata opera riformatrice delle realtà diocesane nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano II.

I due autori sottolineano che in questo senso fu importante la nomina, nel 1972, dell’allora monsignor Ugo Poletti come vicario di Roma con la quale “Paolo VI riaffermava la volontà di procedere nella riforma. Poletti era stato scelto come secondo vicegerente nel 1969, per dare al Vicariato un’amministrazione più rigorosa. La sua scelta rappresenta una rottura con la tradizione: è il primo vicario in epoca contemporanea a non essere già cardinale al momento della nomina, né un ecclesiastico di fama. Il Papa lo nominò dopo aver consultato alcuni parroci romani” dopo la morte improvvisa del cardinale Angelo Dell’Acqua.

Riccardi e Impagliazzo ricordano come “Poletti, nei tre anni di attività a Roma, si era impegnato in un rapporto diretto e personale con il clero diocesano, entrando in contatto anche con situazioni di tensione. Conosceva già bene la città e le sue periferie, dove si recava spesso guidando da solo la sua macchina. Era una figura pastorale, su cui il Papa voleva puntare per ricomporre la diocesi, polarizzata da forti tensioni”.

I due storici, infatti, evidenziano come “la linea di Paolo VI, anche a Roma, era criticata da posizioni conservatrici: si imputavano a Montini le troppe riforme, la mancanza di esercizio fermo dell’autorità e i cambiamenti introdotti. La critica di vari settori del mondo ecclesiastico nasceva dalla convinzione che la Chiesa negli anni del post Concilio non avesse fatto che arretrare, come si vedeva non solo dalla contestazione nel mondo ecclesiastico ma anche dalla crisi delle vocazioni e dalla crescita di consenso delle forze politiche di sinistra, anche tra i cattolici”.

Fu in quel periodo che maturò il convegno del febbraio 1974 sulle attese di carità e giustizia della città, meglio conosciuto come il convegno sui “mali” di Roma. Nella conferenza stampa di presentazione dell’evento, il cardinale Poletti affermò: “Ha la Chiesa qualcosa da dire alla società di oggi? Ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile, e che l’uomo ha la vocazione di trasformarlo e di ordinare l’orientamento del suo divenire personale e collettivo”.

“Sono parole – scrivono Riccardi e Impagliazzo – che, sulla bocca di un alto prelato, suonano oggi molto radicali. Le opposizioni, che già si erano addensate, si palesarono. Venivano dai religiosi, la cui presenza (in parte separata e isolata dalla realtà) sarebbe stata discussa, ma soprattutto dalla Dc. Questa criticò l’iniziativa del vicario (ad esempio lo fece con forza Giulio Andreotti, come scrive Poletti nelle sue Memorie)”.

Andando ancora a ritroso, c’è il grande rapporto di affetto tra Roncalli e la sua diocesi. “Giovanni XXIII – scrivono i due autori – uscì per le strade di Roma, fuori da quel “sacro” riserbo che aveva accompagnato il suo predecessore, eccetto in alcuni momenti drammatici”.

E aggiungono: “La sua visione di Roma non era utopica. Scrisse nel Giornale dell’anima, siamo già nell’estate 1962, osservazioni chiare sulla distinzione tra la “Roma capitale del cattolicesimo” e la “Roma delle antiche rovine e del vortice della vita civile”. È il tema delle “due Rome”, caro al pensiero cattolico liberale, nel segno della convivenza tra papato e Stato, ma ostico al pensiero cattolico antirisorgimentale”.

Una storia che arriva fino ai giorni nostri. Come sottolinea il cardinale De Donatis nella prefazione al volume, “in questa fase delicata di cambiamento e di graduale ripresa dopo la pandemia, sono convinto che il ricordo di chi siamo e da dove veniamo contribuirà a imprimere uno slancio rinnovato alle comunità ecclesiali, per ridire la gioia di aver incontrato il Signore Gesù e proporre la sapienza del Vangelo a chi è in ricerca del senso della vita nella nostra città”.

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