C’è qualcosa di profondamente sbagliato nella narrazione della destra – soprattutto nella destra italiana – quando si tocca il tema dei diritti fondamentali della persona. Riecheggiano da qualche giorno le parole di Toti sulle persone anziane. Per carità, vanno tutelate. Ma non producono. Che restino a casa. Questo, in sintesi, il suo pensiero. Una visione che sacrifica sull’altare del profitto la nostra umanità più profonda. Giorgia Meloni non è da meno. Ma nel suo caso le sue parole colpiscono, sempre come proiettili, la dignità delle persone Lgbt+.

Si chiede, la leader di Fratelli d’Italia, se gli omosessuali italiani non preferiscano avere maggiori garanzie sulle proprie attività produttive, invece di “questa roba qua”. Dove questa roba qua è la legge Zan. Una legge che vuole agire sia sul piano penale, sia (e soprattutto) sul piano culturale per disinnescare la spirale di violenza che si abbatte quotidianamente e a tutte le latitudini – anche quelle del nostro Paese – contro donne, gay, lesbiche, persone transgender, disabili, ecc. Una legge che vuole prevenire i discorsi d’odio e che punisce la discriminazioni e le violenze. Eppure, per la protagonista indiscussa della hit ‘Io sono Giorgia’, questa roba qua non è importante. Non più che preservare il proprio posto di lavoro o la propria azienda.

Per questa ragione, un gruppo di attivisti/e, scrittori, attori, personaggi del mondo dello spettacolo e dello sport e blogger hanno replicato a Meloni con una risposta molto semplice: “Sì, Giorgia. Siamo sicuri”. Siamo sicuri che una legge siffatta serva, perché troppa è la violenza che là fuori – soprattutto in contesti meno protetti – si abbatte contro il popolo arcobaleno (e non solo). Ne è nato un video che è diventato una campagna: apre Tiziano Ferro, seguono Vladimir Luxuria e Cathy La Torre. E poi, a ruota, tutti gli altri e tutte le altre.

Il video, realizzato da QUiD – Queer Identities, è diventato subito virale. Diversi gli argomenti prodotti per avallare il proprio sostegno alla legge Zan: chi ne fa una questione di salute sociale e di democrazia, come Francesca Vecchioni e Carolina Morace. Chi come Erika e Martina, le ragazze de Le perle degli omofobi, o come Simone Alliva e Jonathan Bazzi, ricordano che è una misura di civiltà che aspettiamo da più di vent’anni. E chi, come Luisa Rizzitelli, arriva dritta al punto: non si può pensare di andare serenamente a lavorare e di mantenere la propria attività se il contesto sociale che ci circonda è dominato dall’odio.

Non dimostra una grande lungimiranza politica, Giorgia Meloni, quanto meno su questo tema. Se è vero, come dicono gli osservatori, che vuole costruire una destra repubblicana e istituzionale. In Europa tutti i maggiori partiti di destra delle più grandi democrazie hanno aperto ai diritti delle persone Lgbt+. Fratelli d’Italia sembra rimanere legata alle esigenze di un elettorato fondamentalmente fascista, che non sa andare oltre a un linguaggio vetero-novecentesco sui diritti delle minoranze e delle donne.

Giorgia Meloni forse non vuol dispiacere al suo bacino elettorale, che si qualifica come profondamente omotransfobico. O forse l’estrema destra (Fratelli d’Italia non può essere definito un soggetto moderato o liberale) riesce a fare una cosa per volta. Ce lo ha dimostrato Salvini due estati fa: o bevi mojito o governi. Fatto sta che la leader di Fdi non riesce a concepire una società in cui sicurezza sociale, stabilità economica e dignità delle persone sono questioni che possono e devono coesistere.

È una questione di complessità, parola chiave con cui la destra – soprattutto quella estrema e radicale – ha poca dimestichezza. Per questo le persone Lgbt+ ricordano a Meloni le ragioni per cui è importante la legge contro l’omo-bi-lesbo-transfobia e contro la misoginia: per una questione, in estrema sintesi, di giustizia e di civiltà.

Nb: è possibile partecipare alla campagna creando un video con l’hashtag #zansiamosicuri e taggando l’onorevole Alessandro Zan, da condividere su Instagram e sui propri social network.

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