di Franco Failli

In una Bustina di Minerva, la rubrica che per anni Umberto Eco tenne sull’Espresso, il grande semiologo diceva: “Supponiamo che, ritenendo Rapina a mano armata un bellissimo film, dove erano simpatici anche i cattivi, qualcuno si rifiuti di chiamare rapina a mano armata l’assalto a una banca e preferisca parlare di furto con destrezza. Ma il furto con destrezza si combatte con qualche agente in borghese che pattuglia stazioni e luoghi turistici, di solito conoscendo già i piccoli professionisti locali, mentre per difendersi dalle rapine alle banche occorrono costosi apparati elettronici e pattuglie di pronto intervento, contro nemici ancora ignoti. E quindi scegliere il nome sbagliato può forse sembrare rassicurante, ma induce a scegliere i rimedi sbagliati”.

Noi facciamo proprio questo, dicendo che con il Covid-19 siamo “in guerra”. La guerra è cosa nota. E pensare a cose note, anche se brutte, tutto sommato è rassicurante. E la guerra è anche gloriosa. Ma ci sono alcune considerazioni da fare. In una guerra ci sono le battaglie, che possono essere vinte o perse. Con il Covid non ci sono battaglie. In guerra si può attaccare il nemico. Il Covid non si può attaccare, nel senso bellico del termine. Il nemico lo si può intimidire o spaventare con la propaganda, o con lo sfoggio di forza, o con il vanto di armi segrete. Il Covid non si può spaventare.

Il nemico, per quanto valoroso, ha paura di morire, e questo è un suo punto debole. Fanno eccezione solo gli eroi, che comunque sono pochi. Non un singolo virus, dei miliardi che esistono, ha paura di morire. Il nemico può essere corrotto. Il Covid, no. Il nemico può essere indotto a tradire. Il Covid, no. Il nemico è vulnerabile allo spionaggio. Il Covid, no. Il nemico si stanca. Il Covid, no.

Il nemico può essere colpito nelle retrovie, il Covid no. Al nemico si può tentare di interrompere le linee di rifornimento, al Covid no. Il nemico nelle guerre viene fronteggiato non dal popolo ma dall’esercito, per quanto l’esercito nemico possa agire anche contro i civili. Con il Covid ognuno di noi si deve considerare in prima linea. L’esercito non esiste: né il nostro né quello del nemico che, come noi, schiera in campo ogni individuo dell’intera sua popolazione.

Fin qui gli aspetti negativi (per noi), del nostro rapporto con il Covid. Ce ne sono anche di positivi: il Covid non si può attaccare, ma in compenso non attacca, e dalla sua invasione incruenta (nei modi, non negli effetti) ci si può difendere abbastanza facilmente. Non lo possiamo spiare, ma nemmeno lui ci spia. Le sue armi, e i loro effetti, sono ormai abbastanza noti. Non si può muovere autonomamente: la sua logistica è tutta nelle nostre mani. Non ha una strategia, o meglio la sua strategia è semplice e nota: occupare tutti gli ospiti possibili, che sono tutti e soli quelli che gli si offrono come tali.

Quella con il Covid non è una guerra. E allora sarebbe meglio, per non scegliere “i rimedi sbagliati”, e gli atteggiamenti, e i pensieri, e le paure sbagliate, smettere di parlare della nostra “guerra con il Covid”. Come si può allora rappresentare questa pandemia? Forse l’immagine più efficace, che mantiene l’idea della necessità di stare in allarme e tenere duro, ma che ci evita l’illusione di una vittoria o di una fuga, è quella del rastrellamento.

L’avversario è numerosissimo, ma si limita a passare e a portar via quelli in cui si imbatte. Se ci si nasconde efficacemente, e abbastanza a lungo, ci si salva. Le mascherine, l’igiene, la distanza, l’attenzione costante, sono il nostro “mantello dell’invisibilità” rispetto agli artigli chimici del Covid.

Basta parlare di guerra, allora. Il Covid non ci vuole battere sul campo. Ci vuole rastrellare. E la nostra comunità può trovare salvezza dal Covid non attraverso azioni guerresche e gloriose, ma solo attraverso la nostra diffusa, ma anche singola e individuale, capacità di evitarlo. Tutto qua. E se non lo facciamo, allora il nostro nemico non è il Covid. Siamo noi stessi.

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